Pioggia, vento e gente di cattivo umore. Come se non ci fossimo accorti di niente

Milano, 8 marzo – Piove da giorni, con ostinazione. In piazzale Baracca il luccichio parallelo dei binari del tram e quello del selciato, e l’alacre andirivieni dei tergicristalli sui parabrezza delle auto, al semaforo: profondamente Milano. Camminiamo ingobbiti sotto a ombrelli cinesi, curvi sotto gli zaini di scuola, intabarrati – camminiamo a testa bassa, e facciamo finta di non esserci accorti di niente.

L’asfalto scintilla di bagliori cangianti, i fili del tram sono una ragnatela tesa sopra di noi; rari piccioni infradiciati si riparano sotto i cornicioni, mamme spingono veloci i passeggini – da sotto le capote di plastica i bambini a bocca aperta, come pesci rossi in un vaso. Andiamo di fretta, i piedi bagnati, e, i più maturi, artritici, doloranti – facendo finta di non esserci accorti di niente.

Eppure è un’evidenza che quest’aria non morde più di gelo, come pochi giorni fa, e anzi, umida, lambisce la faccia quasi con dolcezza. E che odore ha quest’aria, se appena passi dentro a un giardino: sa di terra nera, vibra, quasi, nelle note dense del suo profumo. Ci sono poi, tra le siepi ancora color della cenere, germogli che arditamente alzano il capo; ma sono di un verde così chiaro, come se la luce del sole non li avesse mai sfiorati. Fa pensare, quel verde bambino, agli occhi dei neonati, quando ancora forse non vedono con precisione, ma hanno quell’oceano nello sguardo, immenso, sbalordito.

E piove dunque con cocciutaggine, si direbbe quasi con acrimonia, e si allargano attorno ai marciapiedi pozzanghere invalicabili, e alti gli schizzi delle ruote delle auto sui pedoni. Noi camminiamo, lo sguardo fisso a terra, e sembra proprio che non ci accorgiamo di niente. Ma, dentro alle vetrine, a cosa mai serviranno quelle ballerine color pastello, e quei sandali così nudi? Con questa pioggia. Eppure le donne passano, sotto gli ombrelli, imbacuccate, e gettano clandestine occhiate a quelle scarpe color di gelato, ai tacchi altissimi, da festa di calda sera d’estate.

Al Parco Sempione non c’è un’anima, e i prati sono molli, e il cielo ancora si accanisce, si abbassa anzi, si direbbe; e la pioggia tempesta da vicino. Ma tutta quest’acqua va a gonfiare, sottoterra, radici, e intride semi che, gonfi, ne scoppiano, e morendo rinascono. Fra venti giorni vedrete, cosa restituisce di erba e di fiori, questa coltre di fango nero. Batte la pioggia sui viali vuoti, solo un ciclista pedala, incappucciato e rassegnato. All’Arco della Pace dal tram numero 1 facce di cattivo umore fissano aggrottate i rari passanti. E piove, piove, e noi scuri in volto facciamo finta – in quest’aria già dolce di sapore – di non esserci accorti davvero di niente.

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