Perm’-36, l’unico museo-memoriale del Gulag in tutto il territorio russo, rischia la chiusura

Perm36_panorama«Perm’-36», l’unico museo-memoriale del GULag in tutto il territorio russo, rischia la chiusura. Il 10 giugno la sede regionale dell’associazione Memorial e l’Unione delle vittime delle repressioni politiche di Perm’ hanno diffuso un appello al governatore Basargin in cui esprimono preoccupazione per le sorti del museo.
Come si legge nella presentazione curata dal Comitato dei Giusti, il lager fu istituito nel 1943 presso il villaggio di Kučino, a ovest degli Urali, e destinato a «colonia forestale di lavoro correzionale» (lTK-6). Mentre il sistema concentrazionario sovietico prevedeva inizialmente campi molto grandi e distanti tra loro, verso la fine degli anni ’40 si preferì una rete di lager più piccoli e vicini, meno costosi da gestire e che potevano essere smantellati o abbandonati una volta terminati i lavori – una sorta di cantieri in movimento che sfruttavano forza lavoro a buon mercato. L’ITK-6, grazie alla posizione favorevole lungo il corso della Čusovaja, non fu abbandonato bensì potenziato per i lavori di taglio e ammasso del legname. Dopo la morte di Stalin, a differenza di altre strutture analoghe, l’ITK-6 non venne chiuso perché era ancora economicamente produttivo.

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Cella del carcere interno.

Nei primi anni ‘70, in vista di nuove repressioni contro i dissidenti, le autorità cominciarono a predisporre nuovi lager per detenuti «politici». L’ITK-6, ribattezzato VS-389/36 (in gergo «Perm’-36»), fu trasformato in lager a regime duro: lavori pesanti, massima sorveglianza e contatti minimi con l’esterno. Dall’80 si aggiunse una sezione a regime speciale destinata agli attivisti dei movimenti di liberazione nazionale e dei gruppi per i diritti umani. Nel «Perm’-36» furono rinchiusi nomi famosi del dissenso, come Vladimir Bukovskij o Sergej Kovalëv, e vi trovò la morte il poeta ucraino Vasyl’ Stus, proposto da H. Böll per il Nobel. Dopo l’87 il campo fu chiuso, alcuni edifici furono adibiti a ricovero per malati psichici, altri abbattuti.

Il museo-memoriale, che si estende su una superficie di 9 kmq, ha cominciato a formarsi nel 1994 grazie a numerose associazioni e al supporto dell’amministrazione regionale. In 20 anni hanno lavorato al progetto migliaia di volontari dalla Russia e dall’estero.
Se per coloro che vi hanno sofferto privazioni e ingiustizie o che hanno perso familiari e amici il «Perm’-36» rappresenta un monito perché non si ripetano tragedie simili, il museo è altrettanto importante per tutto il paese dove il recente passato non è ancora stato adeguatamente valutato e giudicato, e dove permangono alcuni miti legati all’epoca sovietica.

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Un gruppo di volontari nel 2004

Nell’ottobre scorso l’incontro al ministero della cultura a Mosca lasciava ben sperare: il progetto prevedeva l’inserimento del «Perm’-36» nel patrimonio dell’UNESCO, la creazione di strutture per accogliere i visitatori e varie sale espositive, la realizzazione di un Giardino dei giusti arricchito da opere del famoso scultore Neizvestnyj, ecc. Ma già la nuova normativa che impone alle ong che ricevono fondi dall’estero di registrarsi come «agenti stranieri», ha portato conseguenze nefaste all’attività del «Perm’-36». Con l’acuirsi della crisi russo-ucraina le autorità regionali hanno interrotto la collaborazione: i lavori sono stati bloccati, sospese le visite guidate e l’erogazione dell’elettricità e dell’acqua. Il cerchio si è stretto ulteriormente con la messa in onda, su NTV (canale di proprietà della Gazprom), di un «documentario» mirato a screditare l’attività del museo, presentandolo come un’istituzione al soldo degli americani e addirittura filofascista: «Il suo scopo è quello di insegnare ai giovani che i fascisti ucraini non erano così cattivi come raccontano i libri di scuola». Invece di intervistare gli ex-detenuti, gli inviati di NTV hanno preferito parlare con ex-secondini: «Ero là quando hanno rilasciato i cosiddetti dissidenti, erano tutte spie e volevano scappare in Occidente». Il deputato Balys Gajauskas, all’epoca dissidente (tradusse l’Arcipelago GULag in lituano) con 38 anni di lager alle spalle, viene denigrato pubblicamente come «nazionalista lituano».
Così il memoriale è finito nella guerra mediatica relativa alla campagna di Crimea.

Tat’jana Margolina, appena sostituita nell’incarico di direttrice del museo, ha spiegato in un’intervista che il «Perm’-36» non può essere oggetto di contenzioso politico: è un museo, un’istituzione culturale «comune ma con responsabilità non comuni» che lavora sulla base di materiali storici e d’archivio e ha intenti formativi. «Le lezioni di storia sono fondamentali per scongiurare rapporti conflittuali… La società russa è molto diversificata e il nostro approccio permette di ascoltare l’altro senza pregiudizi ostili, così da cominciare a capire che le divergenze di opinione non sono un motivo per vivere nell’odio».
Ma da Mosca per ora fanno orecchi da mercante.

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