Perdersi a Roma

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Roma, aprile. Mi faccio lasciare da un taxi accanto a Navona. Vigilia di Pasqua, la piazza trabocca. Restano a bocca aperta i turisti che si affacciano per la prima volta. Le fontane, il cielo di aprile, i colori di acquerello. Sorrido, a quell’“oh” di meraviglia. Del resto anche io, dopo tanti anni, mi fermo, meravigliata, una volta ancora. Oggi farò di nuovo il mio gioco, il gioco di una milanese nella Città Eterna.

Lascio la piazza alle spalle, mi allontano dalla colonna di stranieri che marcia verso il Pantheon, e prendo una via laterale dove non c’è nessuno. Dove sto andando? Non ne ho la minima idea. Il mio gioco è perdermi nel cuore di Roma. Seguirò semplicemente i vicoli più stretti e segreti, e i nomi delle strade che mi piacciono. Hanno nomi bellissimi, le vie del centro di Roma. Nomi che non trovi da nessuna altra parte. Di cui ti domandi come possano essere stati scelti e essersi depositati, nel corso dei secoli, su queste vecchie pietre.

Cammino svoltando qui e là, abbastanza da perdere il senso dell’orientamento, che del resto non ho molto sviluppato. Al guinzaglio, il mio cane impazzisce di gioia: ogni angolo, ogni palo ha un odore che lo entusiasma. Non come a Milano, dove le strade non sanno di niente. Cammino e cammino, gli occhi in alto a bearmi di una vite americana che si inerpica, fresca e verdissima, su un muro secolare, o la geometria asimmetrica di una piazzetta sconosciuta. Quanta ombra c’è in questi vicoli, e poi, improvviso e tagliente, un raggio di sole. Mi viene da pensare alla luce straordinaria della Conversione di Matteo del Caravaggio, a pochi passi da qui. Anche Caravaggio camminava per questi vicoli angusti, che si aprono inaspettatamente alla luce d’oro del mattino.

Come alzo gli occhi, agli angoli, Madonne in nicchie antiche fissano su di me il loro sguardo azzurrino. E lapidi, lapidi dappertutto, qui ha vissuto Ludovico Ariosto, qui ha dormito il Beato Angelico. In piazza del Pantheon una grande targa di marmo ricorda come un Papa secentesco abbia qui abbattuto una osteria malfamata, frequentata da ignobili clienti. Chiudo gli occhi, sogno: lunghi tavoli unti, brocche piene di vino, voci alte, risate sguaiate di donne. Che cosa non darei per poter vedere, per un attimo solo, quella osteria perduta. A un cantone c’è una libreria antiquaria: orazioni di Gregorio Magno e diari di viaggio di dimenticati viaggiatori, volumi ingialliti e come prosciugati dal tempo. Come mi piacerebbe toccarli, accarezzarli con le dita.

Vicolo della Spada di Orlando, leggo su una via stretta, e entusiasta mi ci infilo. Silenzio. Poi una fontanella, che chioccia leggera. Via del Burro, fantastico, e poi anche Vicolo del Burro. Ombra, per questi pertugi chiusi al sole. Ma rieccolo, generoso, che inonda una piccola piazza. C’è una chiesa, entro. La materna dolcezza delle navate oscure, profumate di incenso.

Ecco, ora mi sono completamente persa. Mi siedo sui gradini della chiesa, soddisfatta. Non ho la più pallida idea di dove sono. Roma mi ha come assorbita nella sua millenaria trama. Sbuco infine, per caso, in piazza Venezia. Il traffico, gli autobus, il brusco ritorno al presente. Ma tornerò ancora, prometto, a perdermi nel dedalo dei vicoli di Roma. A smarrire la strada e il tempo, dolcemente.

Foto Flickr

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