Perché non ci saranno le preferenze né un governo prima delle elezioni

Oggi si è riunito il Comitato ristretto, l’organismo istituzionale del Senato nel quale si dovrebbe un primo accordo sul testo della riforma elettorale da portare prima in Commissione e poi in aula a Palazzo Madama.
La riunione ha prodotto nella sostanza l’ennesima fumata nera. Tutto è stato rinviato a mercoledì prossimo. In tale data sono stati aggiornati i lavori del Comitato, e lo stesso giorno il presidente della Commissione Affari costituzionali della Camera alta, Carlo Vizzini, riferirà al presidente Renato Schifani sullo stato dei lavori. La palla passerà probabilmente alla seconda carica dello Stato, che dovrà decidere se prolungare ulteriormente i lavori del comitato o se dare il via al dibattito prima in Commissione, quindi in aula. Una decisione complicata: se la distanza tra le parti fosse troppo ampia, il rischio sarebbe quello di assistere ad una serie di tatticismi che potrebbero portare il testo ad impantanarsi. Se, al contrario, si dovesse prolungare ulteriormente il dibattito nel Comitato, i tempi (e l’agibilità politica) per approvare una riforma entro la fine della legislatura si restringerebbero ulteriormente.

Oggi, dalle dichiarazioni dei partecipanti, qualche passo avanti sembra ci sia stato. Le basi dalle quali è partito il dibattito sono note: il proporzionale, un sistema che mescoli liste bloccate e selezione diretta dei parlamentari, un premio di maggioranza che favorisca la governabilità, una soglia di sbarramento per l’ingresso in Parlamento. Non un granché (in ogni caso, al di là dei rispettivi populismi, si tratterebbe di una variabile sul tema del Porcellum), ma è il solo compromesso che le sfibrate forze politiche sembrano in grado di trovare. E che toglierebbe fiato alle trombe dell’antipolitica.

Sullo sbarramento – anche se mancano i dettagli – l’accordo sembra esserci. Sul premio di maggioranza, l’orientamento sembra essere quello di attribuirlo al partito di maggioranza relativa (“Ma non oltre il 10%”, ha ammonito Vizzini). Una variabile che potrebbe condurre allo scenario che prevede la formazione di una maggioranza di governo solo all’indomani delle elezioni. E per la quale spinge il Pdl, ad oggi nell’impossibilità anche solo teorica di poter assemblare una coalizione vincente.

Se questo fosse effettivamente l’orientamento, e il Pd cedesse sul punto, la quota di parlamentari da eleggere al di fuori delle liste bloccate potrebbe avvenire tramite collegi uninominali, secondo i desiderata del Pd. Se i Democratici hanno ceduto sul premio di maggioranza, è ovvio che vorranno incassare altrove, come d’altronde osservava ieri Lucio Malan, senatore incaricato dal Pdl di seguire la trattativa. A detta di tutti i partecipanti, è questo l’ultimo scoglio da superare. Gli ambasciatori del Pdl dovranno superare la contrarietà degli ex-An, che delle preferenze hanno fatto una bandiera.

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