Perché la nostra ricerca di bellezza è una chiamata alle armi

«Chiamavi ‘l cielo e ‘ntorno vi si gira,/ mostrandovi le sue bellezze etterne,/ e l’occhio vostro pur a terra mira» (Purgatorio, canto XIV)

La bellezza salverà il mondo. Quanto è diventata inflazionata quest’intuizione di Dostoevskij. Poi col trionfo de La grande bellezza siamo stati ulteriormente inondati di retorica e sogni idilliaci. Da svegli, di idillio se ne vede ben poco in ogni dove; se guardiamo a Est, ecco il tifone Rammasun che ha devastato le Filippine: alberi sradicati, tetti divelti, inondazioni e 500.000 sfollati. A Ovest, la situazione è tragica all’opposto e la California soffoca attanagliata dalla siccità: rigido razionamento dell’acqua, si parla di riciclare l’acqua proveniente dagli scarichi domestici, qualcuno pittura di verde il proprio prato completamente rinsecchito. Poi, tra l’Est e l’Ovest, c’è la nostra Europa e il Medio Oriente: c’è il disastro dell’aereo abbattuto in Ucraina, ci sono i profughi cristiani fuggiti da Mosul, ci sono i ragazzi ebrei e palestinesi uccisi.

A ogni latitudine, pare che la Natura e l’uomo ce la mettano tutta per frantumare il sogno della grande bellezza che salverà il mondo. Ma sì, il sogno della bellezza – come oggetto immobile e perfetto da adorare – va frantumato. Perché la bellezza, semmai, è una vocazione attiva. È una chiamata alle armi. Come dice Dante, i bagliori di bellezza che intravediamo nel mondo sono un riverbero che il Cielo ci manda per attirarci a partecipare al disegno di armonia che regge complessivamente l’universo, pur con le ferite da cui è attraversato. Di fronte a questo, noi spesso e volentieri teniamo gli occhi bassi, o mettiamo a fuoco frammenti e perdiamo di vista l’orizzonte.

Stratford Caldecott è stato uno studioso che sulla bellezza ha impostato una proposta educativa stimolante. Sosteneva che a scuola si dovrebbe imparare a essere persone che non smettono di imparare per tutta la vita. Caldecott è mancato la scorsa settimana, dopo essere stato a lungo provato dal cancro; viveva e insegnava a Oxford, collaborava con diverse riviste culturali e, oltre a molto altro, è stato un grande studioso di Tolkien e Chesterton. Beauty for truth’s sake (bellezza al servizio della verità) è il titolo di un suo libro esemplare, che ancora manca in traduzione italiana, e in cui l’educazione è pensata come «musica del cosmo», definizione usata da Benedetto XVI, ovvero come conoscenza che non separi ciò che nel mondo è unito.

L’ipotesi dell’autore è che il punto debole della nostra scuola è una visione frammentaria dell’insegnamento, in cui le discipline artistiche e scientifiche abitano in recinti separati. Nella realtà, invece, noi chiamiamo bello tutto ciò che esalta quel nesso armonioso recondito tra aritmetica e poesia. La corolla di un fiore è una bellezza pittorica o geometrica? La bellezza che il fisico vede nel volo di un gabbiano è slegata da quella che ci vede il poeta?

Questo sguardo sinfonico ci fa mettere a fuoco noi dentro il creato. E la musica è l’emblema dell’educazione di cui abbiamo bisogno: è l’orecchio teso di chi si accorge in mezzo allo scroscio del tifone, al silenzio della siccità e alle urla di guerra, che c’è un canto dentro la realtà e su di esso impara e ri-impara ad accordare il proprio strumento – cuore, mani e voce.

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