Per un paese di serie C basta e avanza un ministro degli Esteri di serie D

Luigi Di Maio
Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio (foto Ansa)

Su Open si scrive: «Secondo il ministro degli Esteri e leader di Impegno civico, “il rischio per il paese è lo sganciamento dalle alleanze storiche, l’isolamento e la perdita di libertà, non solo a livello economico. La Lega ha un patto con Russia unita e, se la destra dovesse andare al governo, ci porterà in braccio a Putin, così come Meloni in braccio a Orbán”».

Il problema di fondo del nostro Talleyrand alle vongole è di essere ridicolo, il che per il suo ruolo, fortunatamente a imminente scadenza, comporta un danno per l’Italia. Con il suo recentissimo passato in un Movimento 5 stelle filocinese dovrebbe concentrarsi su una riflessione pensosa, critica e autocritica sulla politica estera italiana, invece, con la stessa sicumera con cui dichiarava guerra a Emmanuel Macron, ora assume il ruolo dello spaghetti-atlantista come avrebbe potuto interpretarlo l’indimenticabile Alberto Sordi.

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Su Dagospia si riporta da Mow un’intervista di Riccardo Canaletti ad Alberto Negri che dice: «Se il nostro principale alleato lascia l’Italia per due anni senza un ambasciatore, vuol dire che il peso del nostro paese è sceso sotto lo zero. Ma stiamo scherzando, le sembra possibile? Dobbiamo aspettare Nancy Pelosi dopo le elezioni di mezzo termine? Io non ho mai visto una cosa del genere in oltre settant’anni di storia della Repubblica. L’Italia è considerata un paese di serie B, forse anche di serie C».

Se considerano l’Italia un paese di serie C, si comprende perché a Washington apprezzino così tanto un ministro degli Esteri di serie D come Di Maio.

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Su Formiche Carlo Fusi scrive: «In ambedue i casi si tratta della volontà di piegare i connotati istituzionali del Quirinale adattandoli alle esigenze dei vincitori di una elezione. Il bilanciamento dei poteri che sostiene la nostra democrazia non reggerebbe all’impatto di un urto simile. Al tempo stesso squaderna l’ambizione di chi prevale in una specifica fase a modificare le regole a proprio vantaggio. Meglio stare attenti. Meglio lasciar perdere».

Fusi riflette sulle forzature istituzionali che si sono esercitate (per esempio con Luigi Di Maio dopo il 2018) e che si esercitano sul Quirinale (per esempio con i leader del centrodestra che si presentano come candidati alla presidenza del Consiglio). Mi pare che sia saggio il consiglio di Fusi di essere politicamente prudenti, perché in una fase così delicata per l’Italia è bene muoversi con cautela nel rispettare le regole istituzionali. Però, se è vero per esempio quel che dice Negri sul fatto che l’Italia sia diventata un paese di serie C (cosa su cui concordo), è bene “non lasciar perdere” perché il ruolo del Quirinale, non più giustificato dal contesto della Guerra fredda, nel tentare di governare dall’alto la politica italiana, logorando la centralità del voto popolare, è stata una causa essenziale del nostro declassamento, e, cautamente, seguendo le regole della Costituzione, ma senza incertezze, questo ruolo va ridefinito sia politicamente sia istituzionalmente.

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Sul Sussidiario Giulio Sapelli dice: «Un tempo il prezzo del gas, prima della reazionaria liberalizzazione neoliberista, veniva fatto in maniera diversa. Fissavi un prezzo che durava 20-30 anni. Veniva fissato da un mercato regolato. Il gas è un oligopolio naturale. Tutta questa questione vuol dire che i politici non sanno molto dell’industria, salvo alcuni che sono transpartitici. Chi comanda, spesso sostituendosi ai politici, sono i finanzieri che di industria non sanno nulla. Il governo Draghi fa cose da dilettanti. Insistere su questa proposta non ha senso».

Si può non essere d’accordo con Sapelli (e personalmente in generale e in questo caso sono d’accordo con lui), ma non con il suo impegno a non arrendersi al “giornalista collettivo” e a cercare la verità in un reale confronto di analisi, non limitandosi a spargere banalità.

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