Per fare l’odio, ci vuole la destra

Sardine a Brescia

Questo blog è stato ingiustamente accusato di fare della retorica gratuita solo perché si spertica in inni di lode alla mirabile potenza delle sardine che sconfiggono i populisti con la sola imposizione dei toni pacati e delle canzoni di Lucio Dalla. In realtà, come ormai i nostri lettori hanno capito, noi non esageriamo assolutamente, ci limitiamo a riportare i fatti così come sono, senza aggettivi, senza insulti, senza disprezzo dell’avversario e senza bandiere.

Non è mica colpa nostra se a destra, senza esagerare, sono tutti populisti e antipatici e fascisti, e ogni volta che fanno qualcosa questa si rivela essere una politica dell’odio, mentre chissà come dalla nostra parte si trova solo brava gente e a questa brava gente capita sempre di essere di sinistra. Non è mica retorica, bensì è un fatto che noi, come dice il nostro noncapo Mattia Santori, abbiamo un sacco di idee benefiche mentre loro, i cattivi, hanno solo paure e pensieri razzisti.

A riprova del fatto che non siamo retorici quando diciamo cacca ai populisti e fiore alle sardine, abbiamo deciso di segnalare asetticamente le ottime tre pagine proposte ieri da Repubblica – le prime tre dello sfoglio, con titolo di apertura in prima – laddove noi sardine siamo assimilate al corteo dei 600 sindaci che martedì hanno sfilato a Milano al fianco di Liliana Segre contro razzismo e antisemitismo. Accostamento corretto perché, come scrive Sebastiano Messina, «il fiume dei sindaci e i mari delle sardine sono alimentati dalla stessa acqua pulita». Invece nell’acqua merdosa si sa chi ci nuota.

Dei vari resoconti di Repubblica abbiamo apprezzato proprio l’assenza di retorica, testimoniata dal rigetto totale di ogni cliché culturale da parte del quotidiano, compensato dall’ampio ricorso a espressioni e formule lessicali del tutto inedite (altro che gli slogan triti e ritriti dei populisti). Per esempio:

«Seicento sindaci che attraversavano la città cantando l’inno di Mameli non per chiedere qualcosa a Roma ma per bloccare il virus dell’odio e il contagio della violenza».

«Bloccare il virus dell’odio e il contagio della violenza»: amiche sardine, questa segniamocela che può tornare buona per battere qualche populista. E vogliamo parlare del «cuore simbolo della Resistenza»? Parliamone:

«Seicento sindaci di tutto il Paese e di ogni partito, insieme per la prima volta, sfilano in corteo a Milano, nel cuore simbolo della Resistenza, per testimoniare che l’odio non ha futuro».

Poi c’è questa variante, all’insegna dell’originalità:

«Contro i seminatori di odio e di paura».

Oppure questa, leggermente più evocativa del pericolo fascismo, che sappiamo quanto sia concreto in Italia, soprattutto ora che Salvini vorrebbe invadere l’Emilia Romagna strappandola all’Unione Sovietica:

«La metropoli del futuro italiano torna così a schierarsi senza ambiguità dalla parte della libertà, dell’accoglienza e della pace. “Contro le derive autoritarie – dicono i sindaci – la paura e l’odio di Stato”».

Non vi appaia fuori luogo denunciare «l’odio di Stato» quando al governo ci sono il Pd e i grillini. Non si interrompe un’emozione. E che emozione ogni volta che qualcuno ci comprende:

«Rappresentanti delle città italiane che si oppongono a “razzismo e antisemitismo”, presentati come “restaurate idee fondative di un’Europa sovranista”, scendono in piazza nell’incrocio cruciale del presente: dopo i giovani che vogliono salvare la vita sulla terra e dopo le Sardine che chiedono di non liquidare l’Italia, raccogliendone lo stesso testimone ideale».

Avevamo infatti tralasciato di precisare che a destra sono tutti non solo populisti cattivi fascisti odiatori, ma anche nemici dell’ozono.

«Milano e i sindaci confermano […] di restare l’estrema àncora di salvataggio quando il Paese è scosso dalla tempesta».

L’unica che si salva a destra è Ilaria Caprioglio, sindaco di Savona (anzi sindaca), presente alla marcia dei sindaci (e delle sindache), che ci sentiamo di nominare qui sardina a sua insaputa poiché ha detto a Repubblica cose veramente nuove e senza bandiere e senza ombra di retorica:

«Anche io penso che l’odio si contrasta con tanto, tanto amore. Amore anche per le persone diverse».

«Siamo contro il dialogo dell’odio».

«La nostra Costituzione è antifascista e antirazzista. Quindi era fondamentale essere qui».

«Tutti coloro che alzano troppo il tono della voce sono responsabili».

«L’odio c’è. Non solo l’odio come quello veicolato contro la senatrice Liliana Segre e tutto ciò che
rappresenta, ma più in generale c’è molto dialogo dell’odio».

E dov’è tutto ‘sto odio?, domanda la giornalista. Risposta della sindaca:

«Ormai non c’è più rispetto per la persona. Basta aprire i social e leggere. Si vedono insulti molto pesanti nei confronti delle persone».

Al che uno obietterebbe: ma sindaca, non è che se spegni quell’accidenti di un cellulare poi ti accorgi che tanto odio e tanti insulti molto pesanti scompaiono?

Tuttavia l’obiezione appare veramente populista, a noi che ci adoperiamo per battere Salvini con molte migliaia di condivisioni social. E con tanto, tanto amore.

Ma torniamo a Sebastiano Messina:

«C’erano migliaia di semplici cittadini, molti dei quali – è assai probabile – erano tra quei 25 mila che dieci giorni fa hanno invaso piazza del Duomo nonostante la pioggia, sardine sotto l’acqua, ombrelli in branco contro il conformismo di una maggioranza non più silenziosa che non vede l’ora di sottomettersi ai pieni poteri di Salvini».

Come detto, chi non si accontenta degli slogan ma preferisce la fatica delle idee concrete sa che l’odio si batte con l’amore e l’accoglienza anche delle persone diverse. E infatti, scrive Messina:

«Era, quella dei seicento sindaci, una trasversalità a colori esaltata dall’assenza delle bandiere di partito, una trasversalità sui valori pacificamente opposta alla politica dello scontro e dell’assalto al nemico».

Davvero: basta con la politica dello scontro e dell’assalto al nemico. È finita la pacchia populista. Diciamolo senza bandiere e senza odio: adesso c’è amore per tutti nella democrazia, anche per le persone diverse. Tranne che se sono di destra.

«Fatti i conti: 600 primi cittadini su 7914, circa 1 su 13. Alle adesioni pubbliche non hanno corrisposto le presenze. Due livelli di partecipazione: tra le assenze personali spicca quella della sindaca di Roma, Virginia Raggi. Conta di più però il peso sostanziale: Milano, Pesaro (seconda patria di Segre, per via del marito) Roma, Napoli, Torino, Palermo, Bari, Firenze, Bologna, Cagliari e i centri dove invece vive sì la maggioranza degli italiani. Metropoli accanto a paesi. A nessuno sfugge la prevalenza di sindaci civici, di sinistra e di centro: il dovere, per quelli della Lega e della destra, è di chiarire l’adesione non solo all’opportunità di una sfilata, ma a valori che i loro leader prendono quotidianamente a spallate».

Come dice Repubblica, a destra ci sono le «controfigure dei fascisti», non è colpa nostra se le cose stanno così. Perciò era doveroso che i quattro noncapi delle sardine di Bologna rimettessero in riga il noncapo delle sardine di Roma, Stephen Ogongo, giornalista originario del Kenya, il quale, povero ingenuo, in una intervista al Fatto quotidiano aveva detto che chiunque può fare la sardina in barile, «pure uno di CasaPound va benissimo. Basta che in piazza scenda come sardina».

Ora, va bene che non abbiamo bandiere, ma Ogongo, Ogongo carissimo, non hai notato i Bella ciao, gli ammiccamenti a Bonaccini, le sottilissime frecciatine alla destra? Proprio CasaPound ci dovevi portare in salotto?

Ieri Ogongo si p giustificato così con Repubblica:

«Sono dispiaciuto per ciò che è successo ma io non ho mai invitato CasaPound a scendere in piazza con noi. […] Io ho lanciato loro una sfida: convertitevi. Rinunciate alle vostre idee e disconoscete quello che avete fatto fino a questo momento. Solo in questo modo potrete diventare sardine. Forse non succederà mai, ma il mio voleva essere un invito a farsi un esame di coscienza perché il loro comportamento è contro la nostra Costituzione, contro il valore della persona umana».

Il che dimostra uno zelo perfino apprezzabile: fascisti, se volete stare tra i buoni, convertitevi e mettete un like al nostro gruppo Facebook. Ma purtroppo è un’utopia. Pura retorica. Come dice la Costituzione, non ci sono neri umani.

Foto Ansa