Pechino, abbiamo un problema: l’uomo più ricco di tutta l’Asia vende i suoi beni in Cina (e compra in Europa)

Li Ka-shing (nella foto) è l’uomo più ricco di tutta l’Asia, con un patrimonio stimato da Forbes in 24,8 miliardi di dollari. Il magnate di 87 anni è conosciuto ad Hong Kong semplicemente con il soprannome di “Superman” ma da due settimane la stampa cinese di regime lo ha definito in due altri modi: «Ingrato e traditore».

LA CARRIERA. Il miliardario, nato nel 1928 in Cina, a Chaozhou (Guangdong), ha cominciato a lavorare a 15 anni in una fabbrica di materie plastiche per la morte precoce del padre. In poco tempo, lavorando anche 16 ore al giorno, mise da parte una somma sufficiente ad aprire un’impresa nel settore. Alla fine degli anni ’50 cominciò ad operare nel mercato immobiliare, che a partire dalla fine della Rivoluzione culturale fece la sua fortuna. Potente anche nel campo delle infrastrutture portuali, ha investito molto nel settore delle nuove tecnologie (è un importante azionario di Facebook), senza disdegnare quelli della sanità e del lusso.

«NON LASCIAMOLO ANDARE». Grande filantropo, con ottimi agganci politici (è amico dell’ex segretario del partito comunista Jiang Zemin), Li ha sempre incarnato alla perfezione quel successo economico con cui la Cina tende a identificarsi da oltre 30 anni. Ma due settimane fa, il think tank legato all’agenzia statale Xinhua, Outlook Institution, ha tuonato contro il miliardario accusandolo di aver sfruttato la crescita cinese per poi abbandonarla. L’articolo si concludeva con un’inquietante monito: «Non permettiamo a Li Ka-shing di andarsene».

VENDITE MILIARDARIE. Nel 2014 “Superman” ha venduto praticamente tutti i suoi asset cinesi più importanti: il centro commerciale Pacific Century Place di Pechino per 928 milioni di dollari, uno dei più importanti centri commerciali della megalopoli Chogqing per 718 milioni di dollari, così come altri centri a Guangzhou e Nanchino. Peggio ancora, ad agosto, quando la Borsa di Shanghai cominciava a dare i primi segni di preoccupante cedimento, ha venduto un famoso complesso di due torri gemelle per 3,14 miliardi di dollari.

FIUTO DEGLI AFFARI. Alle accuse di tradimento, il figlio del magnate ha risposto con uno scarno comunicato: vendere e comprare non hanno niente a che fare con il patriottismo, si tratta solo di affari. E il problema sta proprio qui: tutti gli indici dell’economia cinese continuano a rallentare da mesi in modo inesorabile e se il miliardario Li decide di vendere, vuol dire che c’è un motivo. “Superman”, infatti, è diventato famoso per il suo fiuto degli affari proprio quando, nel 1999, ha venduto per 14 miliardi di dollari alla tedesca Mannesmann il 44,8% di Orange che possedeva. Poco tempo dopo, quelle stesse azioni sarebbero crollate.

SPESA IN OCCIDENTE. Dopo aver venduto in Cina, il magnate ha deciso di far spesa in Occidente con la sua compagnia di bandiera CK Hutchison: per 15,2 miliardi di dollari ha comprato da Telefonica il gigante delle telecomunicazioni O2, per 3,8 miliardi di dollari ha acquisito Eversholt Rail, la terza compagnia ferroviaria inglese, oltre alla catena di farmacie olandese Dirx Drugstore.

LA PAURA DEL REGIME. Quella che è stata definita la «fuga di Li», il quale in realtà ha ancora investimenti minori in atto in Cina, preoccupa molto i papaveri comunisti di Pechino e il presidente Xi Jinping, attualmente in visita di Stato in America per firmare, tra le altre cose, ricchi contratti economici. Il regime infatti da tempo non giustifica più la sua esistenza e il suo potere assoluto, irrispettoso dei più basilari diritti umani, con ragioni ideologiche, ma mostrando a conti fatti la grande crescita economica e il miglioramento della qualità della vita che ha garantito ai cinesi negli ultimi 30 anni. Enormi disuguaglianze, ingiustizie e abusi di ogni tipo permangono nella società cinese ma, ripete da anni il partito comunista, presto verranno eliminate.

LA RISPOSTA PATRIOTTICA. Ma se anche l’economia scricchiola e il “miracolo cinese” si dissolve, per quale ragione un partito corrotto come quello comunista dovrebbe continuare a governare? Ecco perché il Quotidiano del popolo ha definito «ingrato» Li, per poi tranquillizzare il popolo cinese con toni patriottici: «La Cina rappresenta il 12 per cento dell’economia globale. Un singolo imprenditore che se ne va può forse danneggiarci? Non dobbiamo preoccuparci che gli investitori stranieri seguano l’esempio di Li». Questo il gran finale: «Costruiamo un paese migliore così che un domani Li abbia a rimpiangere la partenza di oggi». Sempre che non abbia ragione lui.

Foto Ansa


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