Parigi racconta il Paradiso Perduto di cinque artisti contemporanei

Cosa succede quando cinque artisti contemporanei mettono a confronto la propria percezione dei concetti di spiritualità, religione e condizione umana? La risposta la da l’esposizione Lost in Paradise. Du spirituel dans l’art actuel che dal 14 al 25 novembre 2012 sarà visibile al Loft Sévigné di Parigi. Al centro della retrospettiva le opere dei cinque artisti internazionali chiamati a dialogare tra di loro sui concetti cardini dell’evento. Alcune opere sono il frutto di una reinterpretazione dell’iconografia religiosa della tradizione che esprime ancora oggi i fallimenti della società contemporanea, altre incarnano il concetto di viaggio spirituale svelando un immaginario simbolico e astratto che trascende i credi religiosi.

Basandosi sull’omonimo poema epico – della retrospettiva – di John Milton, l’inglese Idrish Khan presenta una serie di stampe montate su alluminio che mostrano la fascinazione verso il potere creativo di un artista tormentato dal dubbio e dalla disperazione. Diverso è il discorso seguito da Ariadhitya Pramuhendra, artista cristiano che vive e lavora in Indonesia, un paese dove la religione predominante è quella musulmana, che si autoritrae nello scatto See No Evil con gli occhi bendati e con indosso un copricapo tipicamente ecclesiastico, evitando lo sguardo pubblico ed affermando in questo modo la propria identità. E mentre l’israeliana Michal Rovner tiene a sottolineare che il suo lavoro «non riguarda la situazione politica, ma la condizione umana», l’iraniano Reza Aramesh prende ispirazione dalle copertine dei giornali che raccontano dei conflitti internazionali dal 1960 ad oggi. Di origini miste, Pachistane, Indiane, Irlandesi e Britanniche, è Shezad Dawood, le cui istallazioni colorate fatte da neon fluorescenti e tessuti tribali traducono il suo interesse verso l’esotismo, la poesia e la gioia.

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