Omofobia, il suicidio di un ragazzo gay e la reazione ideologica di chi non gli vuole bene

«Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno/ in cui nulla accadrà. Non c’è cosa più amara/ che l’inutilità… La lentezza dell’ora/ è spietata, per chi non aspetta più nulla./ Val la pena che il sole si levi dal mare/ e la lunga giornata cominci? Domani/ tornerà l’alba tiepida con la diafana luce/ e sarà come ieri e mai nulla accadrà…» (C. Pavese, Lo Steddazzu)

Il pensiero unico non ha a cuore le persone: le usa. Un esempio?

A Roma si è suicidato un giovane, un quattordicenne. Si è gettato dal balcone di casa, nel quartiere di San Basilio. Un volo di venti metri. In un biglietto ha scritto che si sentiva emarginato per la sua omosessualità. Sui media, solo poche righe per lui (del resto, cosa vuoi che conti la vita di un quattordicenne?), e immediatamente la sua morte è fagocitata dall’ideologia, che a zampate si sbarazza del cadavere, della storia di questo giovane, del suo dramma, e si prende tutta la scena.

Su Repubblica e Il Fatto quotidiano (tanto per fare due esempi), riflettori puntati sui maître à penser, ed ecco la sfilata delle celebrità del mainstream omosessualista.

Franco Grillini, presidente di Gaynet Italia: «È l’ennesima vittima di quell’omofobia che in tanti negano e ci dice più di ogni altra cosa che il tema dell’omofobia è un’emergenza, un’urgenza che non può più essere negata». Fabrizio Marrazzo, portavoce Gay Center: «La politica smetta di giocare sulla pelle dei gay ed il presidente Letta approvi d’urgenza un decreto serio contro l’omofobia, come fatto per il femminicidio». Stesso disco Flavio Romani, presidente dell’Arcigay, e Andrea Maccarrone, presidente del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. Poi la politica:

«È giunto il momento di non lasciare solo chi soffre e di fare finalmente qualcosa di concreto». Per questo M5S del Senato chiede «a Letta, ma anche ai presidenti Grasso e Boldrini e al Parlamento tutto, che provvedano al più presto alla definizione della legge contro l’omofobia e contro la transfobia».

Piatto ricco, mi ci ficco, non poteva mancare Vendola su Twitter: «Un’intera classe dirigente chieda perdono x aver consentito che odio per diversità diventasse lessico ordinario di contesa politica».

C’è da stupirsi se di questo giovane non si sa nulla perché è solo un pre-testo per la battaglia omosessualista? No. Vecchia storia: il Pifferaio di Hamelin (e del pensiero unico) sta davanti e non guarda chi ha dietro. Ha il suo progetto di morte, e i ragazzi li usa: gli vuol bene per finta.

E invece, chi sta con i ragazzi conosce bene gli sbalzi di marea del cuore adolescente.

Quanti pianti, quante ore in corridoio a scuola, o in cortile, a parlare della prima cotta, magari non corrisposta. Dell’ago della bilancia che va sempre più su o dello stomaco che si chiude e non si riesce ad inghiottire più nulla. Dell’umore ballerino. Dei compagni che ridono per i brufoli, la ciccia, gli occhiali, la voce che cambia, l’apparecchio ortodontico. Dei genitori che si separano, o che hanno perso il lavoro. Dei brutti voti a scuola. Del cuore che batte fortissimo e non si sa perché. Dei cattivi pensieri. Del corpo che cambia (e non una-volta-una come si vorrebbe).

Del male di vivere.

Chi sta con i giovani lo sa. Il cuore è un groviglio e i nodi sono tanti, mai uno solo.

E allora occorre rispetto per chi muore, per chi non ce la fa e si toglie la vita che non ha imparato (ancora) a vivere: con le sue fatiche e le sue frustrazioni. Silenzio e preghiera. Il resto è ideologia.

Il “decreto d’urgenza” invocato oggi in coro, sul cadavere di questo povero ragazzo, non libererà certamente gli adolescenti dalla loro inquietudine; al massimo deresponsabilizza gli adulti, bravi a pontificare sui media, ma incapaci – oggi più di sempre – di insegnare il «mestiere di vivere». Occorrono, invece, adulti che stiano accanto ai ragazzi: ne abbiano cura e li abbiano nel cuore, perché non si sentano soli. Che li chiamino per nome (e non “gay”, “etero”, “brufolosa”, “secchiona”, “anoressica”… Nemmeno “perfetta” o “perfetto”, perché perfetti non siamo). Per nome. Anche nei titoli sui giornali.

Perché ciascuno di noi vale per il fatto stesso che esiste. Perché unico e irripetibile. Vale infinitamente di più dei suoi voti a scuola, del suo aspetto fisico, del suo orientamento sessuale, dei suoi talenti e delle sue fragilità, dei suoi errori, del suo peccato.

Un altro adolescente si è suicidato, inghiottito dal male di vivere. Avrebbe avuto bisogno di persone che gli testimoniassero buone ragioni per crescere. La sua morte, questo ci chiede per chi resta: non leggi, ma una presenza adulta, che sia compagnia.

Luisella Saro per culturacattolica.it

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