Obbedire è meglio: il segreto della felicità secondo Costanza Miriano

costanza-mirianoIl titolo del nuovo libro di Costanza Miriano, Obbedire è meglio, è di quelli provocatori, almeno quanto quelli dei primi due libri Sposati e sii sottomessa e Sposala e muori per lei, che hanno destato lo scandalo di tanti intellettuali così tanto politically correct nei confronti del linguaggio e dell’uso delle parole quanto scorretti nei confronti della persona della Miriano, di cui probabilmente non hanno letto neppure i primi capitoli delle opere.

La Miriano, però, rinuncia fin da subito a qualsiasi merito nell’invenzione di un titolo così originale addebitando la creazione dell’aforisma al più grande dei  creatori, il Signore stesso: la frase è, infatti, tratta dalla Bibbia. Ma se i detrattori della Miriano che vorrebbero colpirla con l’ostracismo, lasciato da parte il loro giudizio iconoclasta, leggessero queste pagine si renderebbero conto che lei scrive di persone, di vita e di amore e che i clichès ideologici che le sono stati affibbiati sono tanto distanti da lei quanto l’urbanizzazione dalla Luna.

Miriano ci attesta di aver trovato il segreto della felicità. E in che cosa risiede? Sentiamo direttamente lei quando introduce l’opera: «Ecco, un libro sul portare i propri pesi e magari quelli degli altri non andrà esattamente a ruba, lo so […]. Eppure credo che riguardi un sacco di gente. Basta vedere la gente in giro. Basta ascoltare, guardare, parlare con quelli che incontriamo. Il mistero della fatica, del non amarsi, del dolore, della sofferenza, in generale il mistero del male, ci riguarda, tutti». In mezzo a questa condizione umana, qual è la modalità per essere felici? «Essere agnelli. Prendere su di sé anche il male degli altri, oltre al proprio, non entrare in risonanza con le malignità, porgere mitemente il collo. L’agnello […] lo fa quando ha un pastore buono che gli vuole veramente bene e si prende cura di lui».

Nel mondo di oggi dell’autosufficienza e dell’autodeterminazione in cui essere adulti è divenuto sinonimo di indipendenza e di autonomia, la parola «obbedienza» è inaudita. L’obbedienza della Miriano è sinonimo di «amore» e, forse, la sintesi più compiuta del nuovo libro è quanto scriveva Testori qualche decennio fa: «Non sbaglierà, nonostante tutti gli errori, chi avrà voluto bene alla realtà, ossia alla creazione. Amando la realtà, ci sei dentro, ci vivi già dentro e abbracci il tuo tema, la vita, senza bisogno di astrazioni. Basta amare la realtà, sempre, in tutti i modi, anche nel modo precipitoso e approssimativo che è stato il mio. Ma amarla. Per il resto non ci sono precetti». Il nostro tema, come racconta la scrittrice con la consueta familiarità e simpatia che la contraddistingue, è la nostra vita, la vocazione, la famiglia, il lavoro, i figli, gli amici.

«L’obbedienza non è passività, […] anzi è il massimo della forza: è conformazione a qualcosa di più grande. È capire che la nostra sola determinazione non è da sola un valore». Ciò significa che è un valore relativo, non assoluto. L’unico valore assoluto è la verità e la verità è un rapporto, una relazione. Pensiamo come il Dio uno e trino cristiano documenti bene questa dimensione. L’autodeterminazione, infatti, diventa spesso solitudine e isolamento, poi tristezza e, nel tempo, cattiveria, mentre l’io è per sua natura relazione con un altro, in particolare con quell’Altro da cui dipendi. A ciò richiama costantemente l’amicizia, quella che Miriano chiama la «compagnia dell’agnello». «Io e la mia amica» scrive «cerchiamo di farci compagnia anche in questo, perché prese dal miliardo di cose urgenti da fare rischiamo di dimenticarci quelle importanti». La vera amicizia ci fa compagnia lungo la strada al Destino ridestandoci all’essenziale.

Il matrimonio, la condizione di marito e di moglie, argomento dei primi libri, necessitano per essere vissuti di un ambito più ampio, quello di un’amicizia fraterna. Se è vero, come ha ricordato papa Francesco nell’incontro con il mondo della scuola del 10 maggio, che «per educare un bambino ci vuole un intero villaggio» (proverbio africano), è altrettanto vero che la famiglia, torrente che scorre nell’alveo di un fiume più grande, necessita della sorgente che le dia vita. Questa sorgente, documenta la Miriano con tante storie personali, è la presenza reale di Cristo, nei sacramenti, nella chiesa, nella Compagnia dell’agnello che il signore le ha messo a fianco nella quotidianità per ricordare l’essenziale e riconoscerlo.

 

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