Nutrita dalla benedetta follia di Chesterton, ho sognato di svegliarmi con la Scozia indipendente

«Venimmo al piè d’un nobile castello,/ sette volte cerchiato d’alte mura,/ difeso intorno d’un bel fiumicello». (Inferno, canto IV)

Sono incompetente quanto a economia e politica, e ho uno spiccata predisposizione per il romanzesco. Perciò sognavo di svegliarmi un bel giorno e sentire che era nato lo stato indipendente della Scozia.

Sono figlia di Chesterton, nutrita dalla benedetta follia del suo Innocent Smith, che trasformò una comune casa inglese nel Regno Libero di Casa Beacon e sarebbe stato pronto a difenderlo usando la pompa da giardino contro ogni importuno invasore (postino, agente delle tasse). E nutrita anche dal patriottismo del suo Adam Wayne che si oppose ai grandi piani espansionistici della città di Londra, in nome delle sacrosante persone del piccolo quartiere di Notting Hill.

Dunque, mio marito si è dovuto arrendere; non c’è stato modo di farmi ragionare in termini realistici, perché io già mi vedevo i discendenti di William Wallace mettersi all’opera a edificare alte mura e pinnacoli con bandiere sventolanti. E m’immaginavo robusti guardiani alle frontiere vestiti col kilt, che intimavano a ogni visitatore di entrare nella loro terra indossando solo abiti in tartan. Magari Sean Connery come presidente. Pura fantasia, ma non così fuori dal mondo.

Intendo dire che un frammento del nostro animo sussulta sempre sentendo parlare di libertà e indipendenza. Ed è quella stessa spinta che vedo quando i miei figli scappano dalle sfuriate materne sbattendo la porta della cameretta e fortificandola con barricate di sedie e giocattoli. Poi, dopo aver trascorso qualche minuto nella loro piccola Scozia, ritornano baldanzosi al cospetto di Sua-Mamma-Maestà, per stipulare gli accordi di pace. E la mia politica è quella di lasciar loro questo ritaglio di sovranità, perché è un’indipendenza che non è assenza di legami.

A tal proposito, è emblematico il caso di Mr. Wemmick, personaggio del romanzo Grandi speranze di Dickens: impiegato per uno spregiudicato avvocato, il pover’uomo trascorre il giorno tra tribunali e prigioni, tra cavilli legali e criminali; a sera lascia la City e nei sobborghi l’attende una casetta come tante, ma che lui ha dotato di bastioni, bandiere e ponte levatoio. E lo chiama Castello. Una volta entrato lì, Wemmick solleva il minuscolo ponte levatoio, chiude ogni contatto col mondo esterno e gode del suo giardino, del buon cibo e della compagnia del suo anziano padre.

Può essere l’atteggiamento di uno schizofrenico, di uno che vive a compartimenti stagni. Ma può anche diventare la scelta di chi vuole evitare di impazzire, perché a ciascuno serve un’enclave in cui fare il proprio inventario umano. E a Dante, nell’aldilà, la dimora degli spiriti magni, cioè dei grandi saggi, apparve come un castello la cui luce vinceva le tenebre circostanti. All’interno del Castello si fa scorta di luce (si rifocillano cuore e mente), per poter poi affrontare i chiaroscuri del mondo.

Rivendicare, o ritagliarsi, un recinto che protegga un nostro spazio di libertà e indipendenza non vuol per forza dire escludersi, ma anzi può voler dire partecipare meglio: il lunedì mattina, quando la porta di casa si spalanca di nuovo verso il fumo avvolgente e uniformante della grande polis, c’è bisogno di coscienze vivaci e di identità ben a fuoco.

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