Notte di gelo a Reggio Emilia. L’Italia di piazza Prampolini

Reggio Emilia, dicembre. Notte di gelo. Le strade luccicano di un’umidità portata qui dalle campagne intorno, come ne fosse il fiato. Dalle vie strette chi sbuca su piazza Prampolini sa subito di essere nel cuore di Reggio: davanti ha il Duomo, massiccio, ben piantato su questa terra piatta, e a destra il Municipio, col tricolore che pende immoto. A sinistra la torre dell’orologio col suo quadrante tondo, luminoso, e le lancette che scorrono flemmatiche sulle cifre romane. Su un piedistallo, il Crostolo, dal nome del fiume di Reggio, è un semidio muscoloso che rovescia un’anfora su una fontana; e da una bocca di pietra un filo d’acqua scorre con un gocciolio sottile, come attendendo l’attimo di incantesimo, stanotte, che lo paralizzerà in ghiaccio. E su tutto, nei passi rari degli ultimi che rincasano, nella nebbia che si va alzando, una luce di lampioni gialla, enigmatica – come quella di certe stazioni di provincia in cui i treni passano senza fermarsi, di notte.

Profonda Italia, pensi fra te sorridendo, perché anche se sei di Milano ogni pietra ti è come familiare. Quel fronteggiarsi pacifico di Duomo e Municipio, e il tricolore nella calma di vento, placido, in pace. E quel domestico Nettuno forte e benevolo sul suo piedestallo; e l’antico battistero che sul frontone reca in un bassorilievo il battesimo di Cristo, dolcemente liso da mille estati torride e notti di nebbia, nei secoli. E la torre? È quella torre, che su questa benigna piazza emiliana getta dal suo orologio luminescente un’ombra appena di inquietudine; giacchè silenziosamente testimonia che il tempo, pure in questa terra accogliente, tuttavia passa, senza che noi lo si possa fermare (le lancette adesso spalancate sulle ventuno e quindici, rassegnate al lento colare delle ore).

Quanto densa è stanotte l’Italia di piazza Prampolini, a Reggio Emilia. Con i suoi portici, e le lapidi ai caduti della Resistenza, e la targa che dice che qui nacque il tricolore; e le risate dei ragazzi dall’unico bar ancora aperto, e il fruscìo di ritardatarie biciclette spinte da pigre pedalate. Ti sembra di essere già stata qui, e a lungo, ma, quando? Poi colleghi nella memoria la statua sul piedistallo e la torre dell’orologio, e la piazza vuota nella luce gialla, e capisci: sì, ci sei già stata, ti pare d’essere entrata in una metafisica di De Chirico, dove tutto è sospeso, e attende ciò di cui non si sa nemmeno il nome.

Nelle strade deserte echeggia basso il tonfo dei portoni, dietro alle spalle degli ultimi inquilini. L’orologio, faccia di luna che spia dall’alto i passi degli uomini, severo insiste: il tempo si fa breve. Ma sul portale del battistero Giovanni Battista battezza Cristo, e anche la pietra testimonia che c’è un nome, non corruttibile dal tempo – un nome, eternamente vero.

51/2012

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