Nonna Ebe e Caterina

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Milano. Una mattina presto mia figlia si affaccia sulla soglia della mia camera. Ha una camicia da notte di pizzo sulla figura esile e i capelli raccolti sulla testa in uno chignon, per il caldo. Nella luce dell’alba di giugno che colma la stanza resta un momento immobile: mi guarda, e mi sorride. È una frazione di secondo: quella foggia ottocentesca dei capelli, il pizzo bianco della camicia mi richiamano alla mente una vecchia foto di famiglia. Mia nonna Ebe a vent’anni, come oggi mia figlia.

Appena lei esce vado a rovistare nei cassetti, ne estraggo un libro pieno di fotografie della mia famiglia materna. Eccola, la nonna Ebe, poco più che adolescente, nei primi anni del Novecento. Ha i capelli esattamente acconciati come mia figlia stamattina, e, indosso, una camicia di pizzo bianco. È seria la giovane donna che guarda l’obiettivo, ma la grazia dei tratti somiglia a quella di Caterina. Questo, e forse la luce dell’alba, è ciò che ha fatto scattare l’incantesimo.

Ebe, una delle prime ragazze a frequentare l’Accademia di Brera, e, audace, a partire per Londra, per fare la pittrice. Si innamorò invece, si sposò ed ebbe tre bambini. Lottò a lungo per un figlio malato. Negli anni in cui fu scattata questa foto, a Brera, tracciava a carboncino gli schizzi che ho trovato, ingialliti, fra le cose di mia madre.

È stata solo un’illusione, mi dico. Eppure che forza di suggestione in quell’istante. Come vedere qualcuno vissuto tanto tempo fa, vivo, ora.
Come mi venisse detto: noi, vedi, siamo vivi, siamo tutti vivi, in un altrove lontano eppure vicino, a voi inafferrabile. Noi siamo appena oltre la portata del vostro sguardo: irreale, agli occhi nostri, è in verità il vostro mondo, ciò che voi chiamate “vita”. La vita vera è un’altra invece, molto più grande, che vi sfugge, mentre vi consumate nell’ansia della morte. La vita è un’altra, luminosa, e senza più dolore né paura.

Questo mi ha detto, in un frammento di secondo nella luce chiara del primo mattino, l’enigmatico sorriso di una figlia. Poi lei è corsa via di fretta, il cellulare già in mano, il caffè che saliva borbottando, in cucina. Lei, per un istante così simile alla sua bisnonna nella foto seppiata che giace fra tante altre, addormentata, sulle pagine di un libro ingiallito, in un cassetto.

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