Non qui, non altrove; Vincoli; Una banda di idioti

Non qui, non altrove

Se arrivi in finale al Pulitzer, e sei il primo nativo americano a farlo, siamo quasi ai livelli di un nero alla Casa Bianca.

Perché la storia letta sarà sempre una versione di eventi, raccontati più spesso da chi ha vinto, in un ritratto d’America che non conosciamo.

Un romanzo di uno scrittore “indiano” organizzato in storie che sono rami di un unico fiume, dove tutto si riunisce in un finale senza respiro, con momenti “nativi” come questo: «Molto tempo fa non avevamo un nome per il sole (gli indiani hanno dato il nome a tutto ciò che di naturale esiste negli Stati Uniti, dal Mississippi all’Ohio, ndr), tutti gli animali si riunirono e un tasso sbucò dal terreno e gridò il nome, ma subito dopo fuggì e lì restò (…). Alcuni di noi sentono costantemente qualcosa nel profondo, una sensazione come avessimo fatto qualcosa di male, come se noi stessi fossimo qualcosa di male, temendo di essere puniti per questo. E così ci nascondiamo. Beviamo alcol perché ci aiuta a sentirci noi stessi senza averne paura. Ma così siamo noi stessi a punirci. La cosa che meno vogliamo riesce sempre a centrarci in pieno. La medicina del tasso è l’unica in grado di aiutarci. Bisogna imparare a stare là sotto. Nel profondo di noi stessi, senza paura».

Tommy Orange, Frassinelli Editore, 326pp, 18,90

 

Vincoli

Attenzione, qui si parla di un autore che ha scritto almeno tre libri bellissimi, se amate le storie lontane dalla città va letto. Se studiate scrittura, idem.

I suoi libri sono raccolti in una “saga”, la saga di Holt, dove batte il cuore dell’America bianca, dove il rapporto con la terra è un solco scavato con fatica, dove tuo padre è tuo padre, anche se è un bastardo senza cuore.

Non conosco molti scrittori con uno stile così, acqua sul marmo o le dita di Clapton in Wonderful Tonight (anche se qui siamo più su Release me non di Eddie ma di Engelbert, ballata come quegli anni, in gruppo).

Con l’aria che il destino non è qualcosa che interroghi ma un dato del problema, quindi una condizione: «Papà mi parlò di sua madre e di suo padre e di Edith, di quando andavano al cinema insieme in città. Una volta iniziato il racconto sembrava non riuscisse più a smettere e non riuscisse a spiegare tutto. Era troppo. Lo lascia parlare. Ma verso la fine mi ricordo di aver detto una cosa ingenua e sciocca come: ma non è giusto. E lui mi rispose: certo che non è giusto. Niente in questa faccenda è giusto. La vita non lo è. E tutti i nostri pensieri su come dovrebbe essere non servono a un cavolo, a quanto pare. Tanto vale che tu lo sappia subito».

Kent Haruf, NN editore, 260 pp, 18 euro

Una banda di idioti

Tua madre è una stalker di editori. Perché tu sei morto (suicida) e hai lasciato un manoscritto, un lungo manoscritto.

Come se Don Chisciotte fosse sbarcato in America, molto prima di Bandini ma certamente con la stima di chi ama Bandini.

E allora il vostro surreale protagonista è a tutti gli effetti un pazzo divertente in una corte dei miracoli, che rutta e scoreggia, che gira con un cappello con copriorecchie e dopo due giorni di lavoro vuole scrivere un libro dove si insegna la durezza della fabbrica.

Ma ecco che il nostro scansafatiche mangiahamburger a tradimento che sembra fuori dalla realtà all’improvviso ci entra dentro: «Quello del Mississippi inteso come padre-dio-mosè-papà-fallo-babbino è un motivo falso, immagino originato da quel tremendo impostore di Marc Twain. Comunque sia questa mancanza di contato con la realtà è caratteristica di tutta l’”arte” americana. Ogni connessione è da considerarsi puramente casuale e questo perché l’intera nazione manca di un contatto con la realtà. Ecco perché io sono costretto a vivere ai margini».

Ah, l’editore, stalkerato dall’anziana mamma ultrasettantenne, pubblicherà. E tu diventerai il primo Pulitzer postumo della storia.

John Toole, Marcos y Marcos, 464 pp, 18 euro

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