Non è scomparsa solo la famiglia tradizionale. È scomparsa la famiglia tout court

famiglia-aguilera-rocaArticolo tratto dall’Osservatore Romano, di Roberto Volpi. Pubblichiamo stralci di un articolo apparso sull’ultimo numero del mensile «La Rivista del Clero Italiano» (Milano, Vita e Pensiero, luglio-agosto 2014, anno xcv/718) – Le società post-moderne di oggi stanno virando verso l’individuo singolo, ma non già in sostituzione della famiglia quanto in relazione con essa e servendosi di essa. L’individualismo non distrugge, come si potrebbe pensare, le famiglie, si limita a cambiarle. E il cambiamento avviene nel segno del depotenziamento della “forma famiglia”, della sua minore intensità, forza e tenuta. E quindi in ultima analisi nel segno del rafforzamento dell’individualismo.

Da un punto di vista strettamente formale questa virata può apparire in Italia assai meno appariscente di quella ch’è in atto in altri Paesi occidentali, e segnatamente europei, giacché — formalmente, appunto — la famiglia tradizionale è da noi ancora quella che può vantare il monopolio delle forme riconosciute di famiglia — una cosa, questa, quasi unica nel panorama europeo dove il riconoscimento giuridico di forme di famiglia non fondate sul matrimonio, e a volte neppure sulla coppia eterosessuale, è assai diffuso. Ma da un punto di vista sostanziale è proprio l’Italia, con la Germania e la Spagna, che sta bruciando le tappe di una tale riconversione. E questo proprio perché in pochi altri Paesi sono in fase così avanzata i modi che ha il singolo individuo di sostituire la famiglia, infiltrandola, ibridandola, e di porsi così a fondamento della società.

Il primo modo è la scelta della famiglia unipersonale, ovvero della “non famiglia”, di una famiglia ch’è tale solo per la statistica, ma non certo per il senso comune, che comincia a concepire l’idea stessa di famiglia solo a partire dall’incontro tra due persone.

Il secondo modo è dato dalla coppia di fatto non convivente. È la forma più diffusa di quello che potremmo chiamare singolismo opportunistico che molti, sbagliando, imputano pressoché esclusivamente a difficoltà di ordine economico-materiale che costringerebbero persone in età di sposarsi o almeno di convivere a ripiegare su una modalità che consente loro di avere relazioni sentimentali e sessuali con una tendenza alla stabilità senza però doversi impegnare in una vita a due.

Il terzo sta nella coppia di fatto vera e propria, quella convivente. La scelta della coppia di fatto, al posto di quella unita in matrimonio, si basa proprio sul desiderio di preservare, sia pure in dosi inevitabilmente più contenute, un regime di vita fondato su se stessi e di trasferire quel regime, quel modello, per quanto è possibile, nella vita di coppia.

Ma ci sono modi di affermazione dell’individuo anche nelle famiglie a tutti gli effetti, perfino in quelle tradizionali. Il modo per eccellenza è quello di arrivare al matrimonio a età sempre più avanzate. L’altro è quello della scelta di non avere figli.

L’affermazione dell’individuo non significa né implica, dunque, l’individuo al posto della famiglia, la sostituzione della famiglia con l’individuo. Questa è una società che non può certo prescindere dall’individuo e dal desiderio del singolo di affermarsi, di trovare il suo posto nella società, il migliore che gli è consentito e che è nelle sue potenzialità di conquistare. Ma qui si parla di individuo e individualismo non in sé ma in sostituzione di una diversa prospettiva di vita imperniata sulla famiglia. Si parla di individuo e individualismo che permeano la famiglia dall’interno quantomeno smorzandone il carattere comunitario e cooperativistico. Si parla dell’autoaffermazione di sé che si manifesta in modi tali non già da escludere la famiglia quanto da abbassarne il grado, il tenore, l’intensità fino a livelli minimi. E così minimi, anzi, da rischiare di annullare lo spirito stesso e fin quasi il senso della famiglia.

E si parla di individuo e individualismo che non solo non si mettono al servizio della famiglia, quando pure entrano a tutti gli effetti in situazioni di famiglia, ma vedono nella famiglia — e piegano la famiglia di conseguenza a questa funzione — un altro terreno, una nuova opportunità per realizzarsi più compiutamente come tali.

In conclusione, a una società che richiede un minor grado di famiglia, una densità di famiglia decisamente blanda rispetto a un passato anche piuttosto recente, corrispondono oggi molti modi di affermare l’individuo e l’individualismo proprio in rapporto con la famiglia, sia astenendosi dal fare famiglia sia mettendosi nell’impresa di farla, ma al più basso livello possibile, cominciando tardi e rinunciando ai figli o fermandosi a un solo figlio.

Anche nella scelta del figlio unico è infatti possibile scorgere una sorta di compromesso tra la spinta verso la famiglia e quell’individualismo — quel senso di sé — che si intende sacrificare il meno possibile, compatibilmente con la scelta di una famiglia a tutti gli effetti.

L’obiezione che può essere mossa a quanto appena argomentato è che, in fondo, sempre si è potuto scegliere di non sposarsi, così come sempre si è potuto optare per la convivenza anziché per il matrimonio, o decidere di sposarsi ma senza volere figli e via enumerando. Ma l’obiezione non regge. È il quadro di riferimento, culturale prima ancora che normativo, a essere completamente cambiato. Ciò che prima veniva visto e vissuto come un’eccezione, uno strappo a regole e visioni di coppia e di famiglia condivise, oggi è tranquillamente accettato da tutti come qualcosa che ha la stessa normalità di ogni altra possibilità o modalità a questo riguardo.

Chi rinuncia al matrimonio pur avendo un compagno o una compagna e magari dei figli, gode forse di minore considerazione sociale per questa rinuncia? Gode di minor considerazione sociale una coppia di coniugi per il fatto che non intendono avere figli, pur potendone avere, perché «preferiscono godersi la vita»?

In effetti stiamo diventando indifferenti a queste pur non propriamente sottili distinzioni. Ma ciò succede perché il quadro di riferimento rappresentato dalla società e dalle sue esigenze è drasticamente mutato rispetto al passato. E ancora sta mutando. Siamo, anzi, in una fase di transizione tra un tipo di società i cui assetti economico-produttivi, e conseguentemente anche socio-culturali, necessitavano di una forte famiglia di tipo tradizionale e una società, quella post-moderna di oggi, che necessita non solo di meno famiglia tradizionale, ma di meno famiglia tout court.

È probabile che seguirà due direzioni che ne accentueranno la trasformazione ancora più radicale, e cioè: assecondando il fiorire delle forme di famiglia a minor grado di famiglia, ovverosia continuando a smantellare ogni tratto di confine e di distinzione, di fronte alla legge e dunque alla società stessa, tra le diverse tipologie di famiglia e separando sempre di più la nascita dei bambini dalla coppia eterosessuale e dai rapporti sessuali tra uomo e donna.

Senza politiche di natalità assai spinte i tassi di fecondità dei Paesi occidentali scenderebbero a 1,2-1,3 figli per donna, com’era venti anni fa in Italia, e forse ancora più in basso, facendosi via via sempre più insostenibili.

Non è così chiaro quali fattori si riflettono, con che intensità e con quali interazioni tra di loro, sul tasso di fecondità, ma è irrealistico pensare che non pesi, tra questi fattori, la tipologia delle famiglie. Così com’è irrealistico pensare che la perdita di terreno della famiglia tradizionale, che potrebbe continuare ad aggravarsi, non finirà per condizionare pesantemente i tassi di fecondità, anche al di là delle politiche di sostegno alla famiglia che i singoli Stati riusciranno ad attuare. E questo perché mentre l’apertura verso i figli è in certo senso connaturata alla famiglia tradizionale lo è meno alle coppie di fatto, meno ancora alle coppie di fatto non conviventi e alle situazioni che neppure possono definirsi di coppia.

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