Negli occhi di madre Teresa di Calcutta

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Pubblichiamo la rubrica di Marina Corradi contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Cinque settembre, beata Teresa di Calcutta. Non so situare esattamente nel tempo questo ricordo. Era un convegno internazionale, a Roma forse, alla fine degli anni Ottanta. Ci ero andata per lavoro. Ma non saprei più dire di cosa si parlava, in quell’aula.

Lei era già molto nota, ma non ancora universalmente famosa. A una pausa, dal fondo della sala mi alzai e la raggiunsi in prima fila. Volevo soltanto vederla, e stringerle la mano. Con il mio pass di giornalista al collo mi avvicinai. Qui, il ricordo da confuso si fa netto come l’inquadratura di un film. Lei era in piedi, di spalle, la schiena curva, piccolissima di statura; così che quando si voltò verso di me mi sembrò alta poco più di una bambina. Certamente dissi qualcosa in inglese, a presentarmi; ma l’audio nel mio film manca completamente. Ciò che rimane, sono quegli occhi che si piazzano, intensi, su di me; come se per madre Teresa ogni sconosciuto che le veniva davanti meritasse una assoluta dedizione. Non c’era in lei alcuna curiosità mondana, e mi sembrò che non le importasse affatto che fossi una giornalista, o cos’altro; al di là di ogni apparenza, era me, ciò che io ero, che lei guardava.

Quei due occhi gravi e belli nel volto rugoso, fissi sui miei, per un momento quasi mi intimorirono. Questa mi legge dentro, pensai, e forse anche mi tirai leggermente indietro.

Ma quello sguardo non inquisiva e non giudicava: era solo acutamente teso sulla sconosciuta, forse la centesima, che quel mattino parlava a madre Teresa. E mentre io continuavo a balbettare qualcosa in inglese lo sguardo mi traversò da cima a fondo. Ci vidi dentro, dapprima, un’impietosita tristezza, e compassione. Io ero, in quegli anni, giovane, e una bella ragazza, e chi mi incontrava non immaginava la patologica malinconia che mi assediava. Lei invece, ne sono certa, la riconobbe. Ma in pochi istanti, io sempre china su di lei, gli occhi negli occhi, vidi la compassione trasformarsi in speranza. Come se Teresa avesse scorto anche la fine del tunnel, e un’alba che si alzava.

Tutto questo durò pochissimi secondi. Mi congedai, meravigliata, e ancora incapace di capire cos’avevo visto, in quegli occhi. In realtà, solo adesso lo capisco davvero, quasi trent’anni dopo. Quella donna aveva la pietà nello sguardo, e vedeva oltre a ogni apparenza. In me lesse la malattia e la solitudine, ma anche la metamorfosi. Poco dopo mi sarei sposata, avrei avuto dei figli con cui sarei rinata. Ma quale misericordia densa emanava dagli occhi di Teresa: quasi dicesse, vai, è tutto passato.

Quando, anni dopo, lessi del suo buio interiore, le volli più bene. Dalla sua personale notte del Sabato, dunque, Teresa guardava le persone. Quando, ancora, invecchiando, ritorna la mia tristezza, ripenso a quel suo sguardo – e al quasi impercettibile sorriso che ci si apriva dentro, alla fine.

Foto Ansa


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