Mostra – A Forlì si celebra l’intramontabile esempio di Piero della Francesca

Cosa si prova quando si ammirano le opere di certi pittore del Tre e Quattrocento italiano? Un senso di vicinanza, una sensazione di empatia, una certa riverenza nei confronti della grande tradizione del Bel Paese che ha fatto scuola: Giotto, Masaccio, Masolino, Piero della Francesca, ci hanno lasciato opere eterne, divenute un punto di riferimento fondamentale per numerosi artisti che seguirono. In particolare attorno a Piero della Francesca (Sansepolcro 1412- 1492) si è creata una costellazione di artisti che, prendendo spunto dal suo lascito, si sono distinti nella storia dell’arte. Da Hopper a Balthus, da Morandi a Cézanne, da De Chirico a Casorati, da Antoniazzo Romano a Melozzo da Forlì. E proprio nel cuore di questa cittadina emiliana, tra le sale dei Musei di San Domenico, si celebra l’influenza di Piero. La mostra Piero della Francesca. Indagine su un mito, aperta fino al 26 giugno 2016, dà vita ad un esaustivo confronto tra l’arte del “Monarca” della pittura – così fu definito Piero nel 1509 da Luca Pacioli – e una selezione di opere di artisti che alla sua piena e universale modernità guardarono. Le opere selezionate vanno dal Rinascimento, che vede l’artista protagonista portavoce di quella “italianizzazione dello stile” attribuitagli da Roberto Longhi, al Novecento, il “secolo di Piero”. 

Portano la firma del “Monarca” la Madonna con il Bambino, il San Girolamo e un devoto, la Madonna della Misericordia e Sant’Apollonia, opere che raramente possono essere ammirate tutte insieme. Arricchiscono il corso della visita dipinti come la Madonna con il Bambino di Filippo Lippi, il San Bernardino di Perugino e quello di Pinturicchio, il Compianto di Giovanni Bellini, il Federico da Montefeltro duca di Urbino (da Piero della Francesca) di scuola marchigiana, Il duca di Urbino di Duncan Grant. Queste ultime due composizioni replicano con meticolosa attenzione il ben noto profilo di Federico da Montefeltro prodotto dal maestro di Sansepolcro. Ma la scoperta della pregevole influenza del maestro in prima linea nelle tele degli artisti dei tempi moderni la tracciano opere come La città assediata di Achille Funi, Il canto di uno stornello di Silvestro Lega, la Santa Maria dei Bardi di Telemaco Signorini, le nature morte e i paesaggi di Giorgio Morandi, Gli atleti in risposo di Carlo Carrà. Sentita la testimonianza contemporanea di Balthus che arrivò in Italia nell’estate del 1926 per ammirare i grandi maestri del passato rimanendo folgorato da molti pittori, quali Giotto, Masaccio, Simone Martini e Piero della Francesca: di quest’ultimo lo rapì il ciclo della Leggenda della Vera Croce, custodito nella chiesa di San Francesco ad Arezzo, che lo spinse a riprodurne parecchie copie. 

L’influenza che Piero ebbe su Hopper non è, invece, documentata a parole, come quella del collega Balthus, ma si può evincere osservando bene le creazioni dell’artista americano: la luce delle sue vedute urbane, il controllo dello spazio, l’atmosfera sospesa e la serrata costruzione geometrica possono far trasparire la suggestione di quel solenne isolamento magico del “Monarca” italiano. Infine, provate a sovrapporre la Silvana Cenni di Carrà del 1922 alla Madonna della Misericordia di Piero del 1445-1455: la forma ovale della testa, gli occhi che fissano il basso, la posa delle braccia rendono la Silvana di Carrà una moderna Madonna modellata sulla dorata e maestosa Vergine del suo elegante predecessore.

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