Morale della favola Moratti: agli elettori non si rifilano patacche

Letizia Moratti
Letizia Moratti, candidata del terzo polo in Lombardia, alla partenza della sua campagna elettorale (foto Ansa)

Su Formiche Lamberto Dini dice: «Meloni si sta ritagliando un ruolo importante in Europa, non a caso viene considerata la donna più influente del Vecchio Continente. Riscuote una grande popolarità, determinata da una serie di fattori. In primis la sua personalità. È brava, è molto preparata e ha una grande capacità persuasiva. Al netto di qualche inciampo iniziale (il dl Rave e ora il caso Cospito), Meloni è una garanzia di stabilità».

Ma che cosa ha Dini? Ha bevuto troppo? Crede che Meloni sia centrale sugli scenari internazionali? In realtà l’ex dirigente del Fondo monetario internazionale, direttore di Bankitalia, ministro del Tesoro, primo ministro, ministro degli Esteri sa che cosa succede nel mondo, valuta i nuovi rapporti di Roma con Washington, Londra, Stoccolma, Gerusalemme, Varsavia, Tokyo, il Cairo e persino Amsterdam, e non si beve l’isteria antimeloniana di certa nostra stampa mainstream.

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Sulla Nuova Bussola quotidiana Ruben Razzante scrive: «Un rapper come Fedez che sponsorizza la cannabis e insulta il viceministro Galeazzo Bignami mostrando e poi strappando in diretta una sua foto in cui viene ritratto in maschera da nazista, non esercita la libertà di manifestazione del pensiero né può assurgere a icona del mondo giovanile, ma diventa il vessillo di quei settori della sinistra che fomentano l’odio nei confronti dell’avversario, trattato da nemico e messo alla gogna solo in nome di un’idea politica diversa dalla propria».

In un’altra mia vita e in un altro mondo mi ricordo un dirigente del Pci, sempre più potente alla fine degli anni Settanta, Aldo Tortorella, comunista su posizioni radicali poi passato a Rifondazione comunista, che se la prendeva con una canzonetta del tempo che sbeffeggiava il Papa, e spiegava ai militanti di partito che lo ascoltavano (alcuni, meno avvertiti, stupiti dal suo ragionamento) come mantenere un decoro nell’attività artistica e culturale, era decisivo per evitare una disgregazione che colpiva innanzi tutto il popolo a cui si rivolgeva il suo partito. Mentre per difendere il capitalismo, spiegava, basta l’individualismo, per costruire la giustizia sociale servono persone che solo una identità anche “morale” può tenere insieme. Ora alla guida di una parte di quella tradizione che Tortorella tra gli altri rappresentava (e di cui la fine del Novecento ha messo in luce tutti i tragici limiti), ci sono personalità come quella di Deborah Serracchiani che va in solluchero per le provocazioni sanremesi. E poi, senza minimamente rendersi conto di quel che succede nella società, si lamenta per l’astensionismo.

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Sugli Stati generali Jacopo Tondelli scrive: «Il risultato smentisce alcune favole poco credibili che sono state raccontate nei mesi scorsi. La più evidente è quella che voleva Letizia Moratti, candidata in Lombardia per il Terzo Polo di Renzi e Calenda, capace di ottenere molti voti in più rispetto a quelli (il 10,15 per cento) che il suo partito aveva sommato alle ultime elezioni politiche. Ne ha presi invece di meno. Non solo in termini assoluti, come ovvio a fronte di un calo di affluenza così drastico, ma anche in termini relativi. La sua candidatura si ferma alla soglia del 10 per cento, e fa impressione pensare ai fiumi di inchiostro che sono stati versati per spiegare che il suo valore aggiunto avrebbe disarticolato il centrodestra, o che la sua candidatura era una grande occasione perduta dal centrosinistra. L’impressione cresce ulteriormente se la si confronta con il faraonico investimento che l’ex sindaca di Milano ha messo a disposizione della campagna elettorale».

Nelle migliori scuole di politica insegnano due cose: la politica è innanzi tutto politica estera, e, la seconda, i politici intelligenti sanno che il popolo non è fesso. Gli elettori si possono anche sviare, sedurre, eccitarli alla ribellione, ma non si può pensare di rifilare loro patacche mal confezionate. Oggi a gran parte della società italiana è evidente come il nostro principale problema è che con quali rapporti di forza trattiamo nell’Unione Europea per conquistarci uno spazio per un nuovo sviluppo. Un Enrico Letta, inviato nel Pd di Emmanuel Macron, che proponeva una qualche subalternità a Parigi per ottenere in cambio favori a Bruxelles, è stato bocciato dal voto del 25 settembre. Carlo Calenda, che sabota Zelensky a Sanremo per aiutare la centralità francese, appare immediatamente in continuità con Lettino, né la sperduta Letizia Moratti o l’“atlantico” Matteo Renzi aiutano a recuperare i rapporti con i cittadini. In questo quadro Stefano Bonaccini ha una sola carta da giocare: preparare un’alternativa alla Meloni e insieme collaborare con il governo per le riforme costituzionali e perché si conquisti un autonomo peso di Roma a Bruxelles. Magari due grandi realtà “nazionali” come l’Unipol e il Conad, abbastanza legate al presidente dell’Emilia, potrebbero aiutarlo in questo sforzo.

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Su Huffington Post Italia Pierluigi Battista scrive: «Penso invece che bisognerebbe avere un atteggiamento di paziente militanza, senza spocchia, per demolire una ad una le falsità, le finte notizie, le ricostruzioni menzognere».

Battista se la prende con Silvio Berlusconi per le scomposte dichiarazioni di quest’ultimo su Volodymyr Zelensky. Comprensibile. È in atto una guerra e si deve scegliere da che parte stare. Due sole considerazioni: è bene ricordarsi come solo qualche giorno prima delle sparate sull’Ucraina, certi media mainstream avevano presentato proprio il fondatore di Fininvest e Forza Italia come la principale garanzia contro l’estremismo di Giorgia Meloni. In questo senso non sarebbe male che i custodi della moralità politica avvisassero i drogati da antimelonismo di smetterla con i giochini politici e di concentrarsi sulle questioni reali con il fine di dare più solidità alla democrazia italiana. Seconda considerazione: in certi casi non siamo di fronte solo a problemi politici, ma anche molto intimamente umani. Il più grande lettore dell’umanità moderna, William Shakespeare, ci ha spiegato che cosa è la tragedia del perdere il potere nell’ultima stagione della vita. Certi atti di Giorgio Napolitano che commissaria la democrazia nel 2011, certe insurrezioni di Umberto Bossi, qualche incauta frequentazione di festival canori ci ricordano da vicino le vicende di re Lear raccontate dal grande bardo. E in certi casi immaginarsi, sempre pensando alla tragedia shakespeariana, una Giorgia Meloni come una Goneril o una Regan, e Licia Ronzulli (o Marta Fascina o l’ancor più saggia Marina) come una Cordelia, forse non è del tutto illecito. E ciò ci suggerisce che oltre alla politica ci deve essere sempre una sfera del nostro pensiero riservata alla pietà umana.

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