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Mondiali. Perché hanno fatto bene a punire Xhaka e Shaqiri

giugno 26, 2018 Rodolfo Casadei

È stato giusto punire con una multa Granit Xhaka e Xherdan Shaqiri, giocatori della nazionale svizzera di origine kosovara, per aver festeggiato le loro reti decisive contro la Serbia ai Mondiali di calcio di Russia 2018 con gesti di inequivocabile significato politico pro-albanese e anti-serbo? È stato giusto punire il loro compagno di squadra Stephan Lichtsteiner che li ha fiancheggiati dichiarando ai giornali che hanno fatto bene? Sarebbe giusto punire il ct della Serbia Mladen Krstajic che per protestare contro il rifiuto dell’arbitro tedesco di visionare la Var dopo un’azione dubbia ha tirato in ballo la giustizia selettiva contro i serbi del Tribunale internazionale dell’Aja ieri, della classe arbitrale oggi?

In tutti e tre i casi la risposta è sì. Sì, perché i conflitti politici non devono mettere piede sul prato verde degli stadi di calcio, sulle piste di atletica, sulla terra rossa dei campi da tennis, nelle palestre della ginnastica artistica, nelle piscine olimpioniche, nei palazzetti dello sport di basket, pallavolo, hockey, ecc. Sto ripetendo la vetusta asserzione che la politica non c’entra con lo sport? No, la politica c’entra con lo sport eccome, ma nell’unico modo sensato in cui devono stare in rapporto: quando le nazioni del mondo si riuniscono per gareggiare in un qualunque gioco o sport, le guerre si fermano, le rivendicazioni territoriali si tacciono, le recriminazioni per i torti subiti restano fuori dallo stadio, le ingiustizie politiche di cui gli stati sono colpevoli non fanno testo. Perché lo sport internazionale è il tempo della tregua.

La sacralità dello sport non sta nei primati, nelle classifiche finali che stabiliscono gerarchie di valori, nel prometeico superamento dei limiti. Sta nel suo potere di sospendere la rivalità reale, il conflitto che causa sofferenze e lutti e ridistribuisce il potere in base alla legge del più forte, e di trasportarli su un piano puramente simbolico, dove nessuno si fa male e nessuno perde la vita o i beni che sostengono la vita – la terra, i fiumi, le montagne, le città con le loro produzioni industriali, le miniere – ma tutto si gioca sul piano di beni immateriali: l’ammirazione, la stima, la lealtà, l’onore, il rispetto, la reputazione, la fama, la gloria.

Lo sapevano bene i greci antichi, che con questo spirito ogni quattro anni si riunivano a Olimpia per gare di corsa, lotta e pugilato dopo aver proclamato l’ekecheiria, cioè la tregua. Durante i giochi non si potevano assalire con eserciti le città che partecipavano ai giochi, eseguire le condanne a morte, iniziare o proseguire dispute legali. Quando, durante la guerra del Peloponneso (431-404 a.C.), gli spartani assalirono la città di Lepreo in tempo di Olimpiadi, gli atleti spartani furono squalificati e multati per 200 mila dracme, una cifra molto più alta dei 10 mila franchi svizzeri a testa con cui sono stati multati i due giocatori svizzero-kosovari.

Xhaka e Shaqiri non sono giustificati per il fatto di aver sofferto per mano serba durante le turbolenze e la guerra del Kosovo: il primo ha avuto il padre imprigionato dai serbi per tre anni e mezzo per le sue attività politiche indipendentiste al tempo in cui il Kosovo era una provincia della Repubblica di Serbia, la famiglia del secondo è fuggita nel 1992 dal villaggio kosovaro dove abitava perché la casa di uno zio era stata bruciata come forma di intimidazione politica. Tutto questo non dà loro il diritto di strumentalizzare un evento sportivo nella forma di una rivincita politica. Dovrebbero ricordare quello che il croato bosniaco (ma irriducibile sostenitore dell’unità jugoslava) Ivo Andric scrive nel memorabile Il ponte sulla Drina (premio Nobel per la letteratura 1961): i balcanici amano in modo particolare la pace, perché sanno che è solo una tregua fra due guerre.

La crescente politicizzazione odierna dello sport si spiega esattamente con la perdita di quella che era la saggezza degli antichi greci e dei popoli balcanici. Con la perdita del concetto di peccato originale, del riconoscimento della condizione decaduta dell’essere umano, dell’impossibilità della pace perpetua e della perfetta giustizia in questo mondo. Chi crede che il conflitto, l’ingiustizia, la guerra, le discriminazioni siano totalmente eliminabili dalla storia umana grazie all’azione politica, non può accettare di sottrarre all’attivismo militante un ambito così rilevante della vita contemporanea come è quello dello sport agonistico. E allora abbiamo il pugno chiuso alzato verso il cielo avvolto in un guanto nero di Tommie Smith e John Carlos sul podio delle Olimpiadi di Città del Messico, il boicottaggio occidentale delle Olimpiadi di Mosca a causa dell’invasione sovietica dell’Afghanistan pochi mesi prima e il controboicottaggio del mondo comunista alle Olimpiadi di Los Angeles quattro anni dopo, il rifiuto di decine di rappresentative nazionali di stati arabi o islamici di misurarsi con Israele o con atleti israeliani, l’esclusione del Sudafrica dell’apartheid dai tornei, ecc. Provocazioni sbagliate, decisioni sproporzionate, che hanno tutte la stessa origine: l’assolutizzazione del momento politico, l’utopia della giustizia perfetta a portata di mano, la completa secolarizzazione dello sport che viene spogliato di ogni connotato di sacralità.

Altrettanto discutibili sono le irruzioni del politico nello sport in positivo: le maglie con il logo di Amnesty International che Massimo Moratti fece indossare all’Inter, la martellante campagna antirazzista Respect Diversity – Football Unites che la Uefa promuove da alcuni anni non fuori ma dentro i campi da calcio, con gagliardetti e fasce recanti scritte contro il razzismo. Un’inutile ridondanza che in realtà indebolisce la causa che vorrebbe promuovere: le squadre di calcio multietniche e multirazziali che ormai si incontrano a tutti i livelli dei campionati di calcio continentali sono in se stesse la confutazione del razzismo, senza bisogno di sovrapporre slogan e di iniettare sovradosaggi di retorica che lasciano l’impressione che il mondo dello sport sia composto da nostalgici del Terzo Reich, delle pulizie etniche balcaniche e dell’apartheid sudafricano da rieducare con le buone o con le cattive.

Bastano le cattive: squalifiche per cori razzisti, ecc. Nessuno può negare che i compensi dei calciatori, per quanto scandalosamente stratosferici, sono comunque perfettamente meritocratici: non è il colore della pelle dell’atleta a determinare diseguaglianze salariali. E non è un buon servizio alla causa dei diritti umani costringere di fatto un calciatore della squadra di cui si è proprietari a ostentare il logo di un’associazione che ha obiettivi politici molto meno incontestabili e al di sopra delle parti di quanto voglia far credere. In Irlanda Amnesty International ha fatto campagna per la legalizzazione dell’aborto: perché un calciatore che non è d’accordo con la soppressione del bambino nel seno della madre dovrebbe essere costretto a compiacere il Moratti di turno?

La verità è che abbiamo bisogno di uno spazio e di un tempo sottratti alle logiche della lotta per il potere, dove la rappresentazione simbolica del conflitto e della guerra esorcizzi il conflitto e la guerra reali; di un ambito sottratto al diritto di invocare giustizia perché lì si vive un tempo di grazia; di un luogo dove le colpe e i vizi dei singoli, della società, delle nazioni non sono oggetto di recriminazioni perché il rito catartico dello sport li purifica. Se lo sport non può più essere questo, se le nostre rivalità e i nostri rancori biograficamente, storicamente, politicamente fondati non possono restare fuori dalle competizioni sportive, qualcosa di profondamente umano va perso. Diventiamo più poveri, più ossessionati, più risentiti. Prigionieri di noi stessi fino a negarci anche un’ora d’aria.

Foto Ansa

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