Mitt Romney e l’America che non si vergogna di pregare

«Prego perché il Presidente Obama abbia successo nel guidare la nostra nazione». Mitt Romney, candidato sconfitto alle presidenziali Usa, è l’eroe del giorno solo per questa frase.

Non ci vuole tanto coraggio, direte voi, per pronunciare un discorso preconfezionato da mesi. Figuratevi, so distinguere tra la spontaneità di un adolescente e la scaltrezza di un politico di lungo corso. So bene che dietro ciascuna di quelle sillabe aleggia lo zampino dei più avveduti spin doctors, ma forse ho raggiunto l’età minima per capire che non sempre la forma è vuota, non sempre la retorica è inutile, non sempre c’è menzogna in ciò che è studiato a tavolino. E le parole, come sempre, hanno un peso.

Fateci caso, Romney avrebbe potuto dire «mi auguro che il Presidente Obama abbia successo», oppure «lavorerò affinché il Presidente Obama abbia successo». Ha detto “pregherò”. Sorprende e suona strano, per noi europei ipermoderni (secondo noi), questo “indiscreto” cenno a Dio, all’idea che davvero possa entrare nella storia e cambiarla accanto a chi ne ha il timone. Parole del genere, qui, suonano da tempo bigotte, irrazionali, medievali. Se ne ha quasi vergogna, in pubblico.

Non nel Nuovo Mondo, dove si impone, finanche nella retorica politica, questo dichiaratissimo bisogno di Lui. Eroe del giorno, allora, è Mitt Romney, perché non si vergogna di dire che prega e che c’è bisogno di Dio. Eroica è con lui tutta l’America (cattolica e protestante), che non si sente tanto evoluta da doverci per forza ridere su. Come fa, invece, l’Europa.

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