Mia figlia, il regalo più grande. Un giorno che non so, diciotto anni fa

ecografia-gravidanza-shutterstock_144462814Pubblichiamo la rubrica di Marina Corradi contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Fa diciott’anni, la più “piccola”. Ho in mente netta quell’alba, e mio marito e io davanti all’ospedale. Era una di quelle albe di giugno che sembrano, nell’aria, ingravescenti d’estate. Lei era di dieci giorni in anticipo. È nata il giorno del mio onomastico. Mi è parsa un regalo.

Un travaglio facile, mentre fuori dalla finestra il giorno si alzava. Alle sette e quindici minuti, «femmina!», ha gridato l’ostetrica, e già dalla voce ho saputo che tutto era andato bene.

Femmina, del resto io l’avevo saputo fin dal principio, visceralmente, e avevo cominciato a stare male. L’idea di mettere al mondo una che poteva somigliarmi, mi agitava. Fino al giorno di una minaccia di aborto, e di una notte in ospedale. Come se mi fosse chiesto: la vuoi allora, questa bambina, o no? E solo allora ho capito quanto la volevo. Tutta la notte a ripetere: lasciamela, ti prego.

Se penso alle interminabili ore notturne nella luce giallastra di quella camera, mi pare di affacciarmi su un burrone. A venti settimane di gravidanza, lei era in bilico: venire al mondo, o non nascere. Mi sento, nel pensarci, come quando in montagna, d’estate, ti affacci su un abisso, e senti un freddo che non è freddo, nel cuore.

Poi in quella mattina di giugno quel grumo di angoscia si è sciolto, come si apre il cielo dopo un temporale. I suoi grandi occhi spalancati, sbalorditi. «Che occhi! Non sarà una strega?», disse sorridendo mia madre. E io fra me, fulminea e viperina: «Se somiglia a te, può darsi». Ma già l’ho pensato ridendo, con tenerezza, come quando tutto, di vecchie storie e di ciò che è stato, è buttato alle spalle, perdonato.

E la figlia che mi spaventava è diventata una sorgente. Ancora adesso che compie diciott’anni, quando torna lei a casa si scioglie la malinconia che da sempre mi accompagna.

Ma in questi giorni che mancano perché lei sia “grande” ritorno col pensiero anche a un giorno che non so, di cui non ho il ricordo. Un giorno di settembre, nove mesi prima, in cui, immagino, sono andata al lavoro, e ho guidato nel traffico, sbuffando, e sono corsa a casa per la cena, e abbiamo magari litigato, per qualcosa da poco. Un giorno assolutamente qualunque, in cui io non sapevo che, da poche ore, lei c’era. Mentre solo il mattino prima non esisteva. Eccolo di nuovo l’abisso, la voragine a picco tra le rocce. Mi sbalordisce pensare a quell’istante sul confine, sul crinale di una vetta: e poi due cellule che si fondono, e codici che ordinano: moltiplicatevi.

Diciotto anni dopo, nel pensarci, ancora senza fiato. Com’è immaginare che lei poteva non nascere? Guardo i suoi capelli lunghi e la sua figura gentile, e non posso dirle lo stupore che ho dentro. Perché forse solo ora capisco davvero quale regalo mi è stato fatto, in un giorno qualsiasi. Quel germogliare invisibile, un mattino, mentre io in redazione scrivevo, e mi affannavo, e mi arrabbiavo. Mentre il regalo più grande mi veniva fatto in silenzio. In quel giorno come gli altri, quando borbottavo fra me, stanca. E a sera mi coricavo, e pensavo: anche oggi, non ho combinato niente.

Foto ecografia da Shutterstock


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