Meno male che c’è chi scrive gli articoli di Biden sul New York Times

Joe Biden
Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden (foto Ansa)

Sul sito del Tgcom si scrive: «Il parlamento ucraino ha sfiduciato e rimosso dal suo incarico la commissaria per i Diritti umani Lyudmila Denisova, sostenendo che avrebbe concentrato il proprio lavoro su crimini di natura sessuale “che non possono essere confermati con prove, danneggiando l’Ucraina e distraendo i media mondiali dai reali bisogni dell’Ucraina”».

Il parlamento ucraino conferma come Toni Capuozzo quando spiegava, pur scontando un certo numero di terribili atrocità russe, come la guerra producesse anche un sacco di esagerazioni propagandistiche, non aveva tutti i torti.

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Su Open si scrive: «Gli Stati Uniti al momento non hanno alcuna indicazione che la Russia abbia intenzione di usare armi atomiche in Ucraina, sebbene la retorica di Mosca sullo spettro del nucleare sia di per sé pericolosa ed estremamente irresponsabile. Lo ha scritto il presidente americano Joe Biden in un editoriale sul New York Times, ribadendo che “qualsiasi uso di armi nucleari in questo conflitto su qualsiasi scala sarebbe completamente inaccettabile per noi così come per il resto del mondo e comporterebbe gravi conseguenze”. Ma il presidente è anche cauto: “Non vogliamo una guerra tra la Nato e la Russia. Per quanto non sia d’accordo con Putin e trovi le sue azioni un oltraggio, gli Stati Uniti non cercheranno di provocare la sua destituzione a Mosca”. E ancora: “Finché gli Stati Uniti o i nostri alleati non saranno attaccati, non ci impegneremo direttamente in questo conflitto, né inviando truppe americane a combattere in Ucraina né attaccando le forze russe. Non incoraggeremo né permetteremo all’Ucraina di colpire oltre i suoi confini. Non vogliamo prolungare la guerra solo per infliggere dolore alla Russia”, conclude Biden».

Eccoci ai nostri dilemmi: la condanna morale dell’aggressione russa, la preoccupazione politica per un’escalation dagli esiti disastrosi se non persino catastrofici, l’incertezza su una strategia americana pericolosamente ondivaga. Meno male che in questo quadro c’è chi scrive gli articoli di Joe Biden sul New York Times, evitando le insensatezze che non mancano negli interventi a ruota libera del presidente degli Stati Uniti.

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Su Dagospia si riporta un articolo di Federico Rampini dal Corriere della Sera nel quale si scrive anche che «l’Italia di oggi ha un arco di forze politiche filorusse che allora non ci sognavamo. Faccio fatica a trovare negli anni della Guerra fredda una vicenda equivalente al forse-viaggio di Salvini a Mosca. Certo è sempre esistita in Italia una larga tradizione antioccidentale e antiamericana: dal fascismo al comunismo pre-svolta di Berlinguer, a certi settori del mondo cattolico».

Per amore di una battuta (ci sono più filorussi in Italia oggi che nella Prima Repubblica) Federico Rampini rinuncia a quelle articolate riflessioni che negli ultimi anni lo distinguevano dalle solite banalità del “giornalista collettivo”. Se ci si rilegge i diari di Antonio Segni e i suoi litigi con Giovanni Gronchi sui rapporti con Mosca, se si dà un’occhiata ai diari di Henry Kissinger sui suoi rapporti con Aldo Moro, se si sfogliano le memorie di Claudio Martelli sull’asse Casaroli-Berlinguer-Brandt, se si consultano un po’ di memorie di diplomatici americani, impegnati a Roma, su quel che pensavano dei rapporti di Giulio Andreotti e Bettino Craxi con il Medio Oriente “amico” dei russi, forse ci si farà un’idea meno improvvisata della antica politica estera italiana di quella che ci propone Rampini. La vera differenza con la Prima Repubblica è che allora c’era meno spazio per politici rozzi come Matteo Salvini e Luigi De Maio o colti ma inconsistenti come Enrico Letta o Carlo Calenda, ma ciò è dovuto innanzi tutto al fatto che alla politica si è sostituito un certo primato tecnocratico prima con lo stordito Mario Monti, poi con l’impresentabile Giuseppe Conte e infine con il molto qualificato ma poco sensibile alla democrazia Mario Draghi.

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Sul Sussidiario il generale Mario Bertolini dice: «La Turchia dimostra di avere una approccio originale e distante dal resto della Nato. Nonostante Turchia e Russia abbiano da sempre un rapporto amico-nemico (non dimentichiamo che in Siria e in Libia sono su fronti opposti), i due paesi sono sempre riusciti a tenere aperto il dialogo. Mosca ha aiutato Erdogan durante il tentativo di colpo di Stato [del 15 luglio 2016, ndr], la Turchia ha comprato sistemi contraerei da Mosca e i due paesi hanno stretto un accordo per la costruzione di una centrale nucleare in Turchia».

Beati quei popoli che non hanno bisogno dei generali per avere analisi intelligenti della concreta situazione internazionale.

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