Rapita dall’alba di luna

Sta sospesa la città. Camion dell’immondizia se ne tornano carichi e lesti alle discariche, come animali notturni dopo la caccia, il ventre pieno. Come fermarmi a contemplare questa luna metropolitana? C’è fretta

 

Pubblichiamo l’articolo di Marina Corradi apparso sul numero 42/2011 di Tempi.

Milano, 12 ottobre, le sei e trenta minuti. È ancora notte. Sopra corso Sempione, da Nord Ovest, una luna piena lucente sta sospesa sulla città. Come una faccia pallida, straniera, che ci stia a guardare. Sotto, Milano si sta svegliando appena. Le case buie, il traffico ancora scarso. Grossi tram passano luminosi e vuoti. Solo le edicole sono già vive, mentre gli edicolanti finiscono di slegare grossi pacchi di giornali. Guidando, nel dedalo delle strade perdo di vista la luna. Deve essere – mi pare di avvertirla, muta – alle mie spalle. Verso Loreto il cielo schiarisce in un’aura color indaco – quel violetto che si vede solo nell’arcobaleno. Tra la notte e l’alba sta sospesa la città. Camion dell’immondizia se ne tornano carichi e lesti alle discariche, come animali notturni dopo la caccia, il ventre pieno.

Sopra Lambrate ritrovo la luna. Non si è mossa, mi pare. I binari della ferrovia le scintillano sotto, misteriosi: sembrano cammini tracciati verso un ignoto oltre, sembrano il nostro destino. Scalpiccio frettoloso dei primi pendolari che scendono le scale del metrò. Tornando verso il centro la luna si affaccia qui e là, discreta. Eccola in fondo a via Vallazze, affiancata al profilo da transatlantico del Pirelli; che dal tetto lampeggia azzurrino e intermittente. Un’astronave in partenza per quel deserto lassù, sembra; e mette inquietudine. No, mi dico, non vorrei partire: è così algido e alieno quel biancore. Alzando gli occhi incrocio con lo sguardo i cavi dei filobus tesi e luccicanti sopra la strada, come una ragnatela. Binari anche questi, dei nostri quotidiani cammini.

A Porta Garibaldi tra il vetro e l’acciaio dei nuovi grattacieli è tutto un lucore, sotto a questa luna tonda e grande. Sulle gru dei cantieri piccole luci rosse; criptici codici lampeggianti, nel buio limpido che scolora. Si specchiano nelle facciate i fari delle auto, schiera sempre più densa e rombante. Mi piacerebbe fermarmi a contemplare questa luna metropolitana, ma come? C’è fretta. Dietro di me premono colonne di auto nervose. Sola isola in pace quella cintata dalle mura del Cimitero Monumentale; bolla immobile, mentre attorno gira ormai frenetica la giostra di una mattina feriale. E si accendono a ogni minuto che passa le luci alle finestre delle case; e dai bar tracima il profumo acre dei primi caffè; e nei panifici il pane caldo è già da sfornare. Stride un tram sui binari in via Cenisio, grida da lontano una sirena; gracidii distonici della città che si sveglia. Sette e venti: si spengono i lampioni.

E sopra corso Sempione ora la luna è scomparsa. Tramontata. Nel cielo non ne resta che una vaga aura più chiara. La luce del giorno ridà alle cose la loro ordinaria opaca consistenza. E i binari sembrano solo acciaio, e il Pirelli solo un grattacielo. Quando sarò vecchia, mi dico, vivrò di notte; per sorprendere con una strana letizia le luci degli uomini, come segnali. Per inseguire la luce in fondo al buio, nascosta come un tesoro.