Marina Corradi – Quell’ombra sulla Tac

Tratto dal n.13/2012 di Tempi

Addensamento di morfologia irregolarmente nodulare, piramidale, a profili convessi, con coinvolgimento pleurico diretto limitrofo a larga base, di circa 2,6 x 1,8 x 2,5 centimetri». Dalla polmonite lui è guarito, ma questo addensamento che ora si disegna sulla Tac, cos’è? E perché poi lui non mangia, ed è così pallido, e sempre stanco? «Addensamento di morfologia irregolarmente nodulare, piramidale…». Leggere e rileggere, aspettando la visita dello pneumologo. Cerco di immaginarmi questa formazione a piramide, aguzza, nodosa. Scura la penso, grigia. Non sarà niente, non è niente, ti ripetono gli amici – quasi con una eccessiva insistenza. Quanto a lui, tace, non mangia. Sentirsi dentro una paura che si insinua, che cresce, che rode come un tarlo.

E attorno ogni cosa trascolora, quasi la vedessi attraverso un vetro nero. Tutto sembra avere perso consistenza, e senso. Straniere le vetrine con i vestiti della primavera, incomprensibili le grida e le risate dei ragazzi, fuori da scuola. E questo sole poi già così alto, questa prorompente primavera si fa, nella paura, minaccia; quasi segno di un mondo che prosegue indifferente il suo cammino, mentre tu sei a terra, azzoppato. «Addensamento di morfologia irregolarmente nodulare, piramidale…». Una notte sogno il mare di una estate di tanti anni fa: quando dalla spiaggia vidi all’orizzonte la forma livida di una tromba d’aria che arrivava. Quel cono nero, maligno, rapinoso, che spazzava il mare e ci inseguiva, ha la stessa forma della macchia oscura.

Pregare, tanto: ma come bussando a una porta chiusa. E finalmente siamo qui davanti al medico, il referto in mano. Muti, mentre il dottore sul pc apre la Tac. Questuanti: di una parola, che sciolga questo groppo di paura. Sullo schermo i polmoni sono una macchia bianca, e qui e là si allunga una piccola ombra nera, irregolare, aguzza. Il clic dei tasti sotto le dita del medico, che digita e osserva da ogni angolazione. Tre minuti, forse: ma quanto interminabili – mentre noi tratteniamo il respiro. E tutto – i figli, il lavoro, gli amici – sembra tremare in questo istante, come se sotto covasse un terremoto.

Il medico, accigliato, chino sullo schermo, ora si lascia andare sullo schienale della sua poltrona, come sollevato. No, dice, la macchia è ancora l’esito della polmonite. Una Tac fra due mesi di controllo, ma per scrupolo. E quindi ci congeda. Di nuovo fuori, al sole di questa sgargiante primavera, io d’improvviso sgravata da quel grumo di ansia che mi schiacciava a terra. La macchia non era, la macchia non è. Prendere sottobraccio tuo marito, e tornare a casa – dentro di te, ringraziando. Notando con stupore che gli alberi, le vetrine, le persone attorno hanno ripreso l’aspetto familiare di sempre; che per le strade di marzo non sei più straniera.

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