Marina Corradi: Nel fondo della notte

Tratto dal numero 22/2012 di Tempi

La casa è nel silenzio della notte. Sul cellulare leggo, luminescente nel buio: 3 e 30. Non so perché mi sono svegliata in quest’ora di limbo tra il tonfo dei portoni dietro agli ultimi dei nottambuli, e il primo alzarsi degli amanti dell’alba. Non ho più sonno: gli occhi si abituano, e il buio già non è più così fondo. La porta del balcone è aperta nella notte di maggio, e la luce di un lampione dal basso filtra nella mia stanza, fredda, giallina. Ora in questo barlume distinguo il cassettone, la libreria, il vecchio crocefisso di legno sulla parete di fronte. Tutto ciò che mi è domestico e caro sembra impercettibilmente altro, nell’oscurità – mentre le sagome delle cose si allungano in ombre allampanate.

 

Mi è sembrato di sentire un rumore. Tendo l’orecchio: silenzio. È stato il vento forse, che stanotte penetra anche in questo piccolo cortile, irrequieto. Sono stati i gatti, forse – benché sappiano, loro, muoversi dentro il buio senza scalfirne la morbidezza di velluto. Ad ogni modo mi alzo – il pavimento freddo sotto ai piedi – e senza accendere la luce in corridoio per non svegliare i ragazzi vado, silenziosamente, in cucina.

Anche qui, dalla città fuori, quell’eco evanescente di luce in cui posso orientarmi senza bisogno di premere l’interruttore. L’orologio sopra la credenza segna le 3 e 39 minuti. Mi affaccio dalla finestra sulla strada. Non un’automobile in giro, né un uomo. Il giallo intermittente dei semafori pulsa come un cuore. Guardo fuori: come è diversa la mia via, di giorno così normale, così innocente. Nel fondo della notte tutto sembra trasfigurato, scomparsa la faccia chiara del giorno; le ombre dei rami degli alberi ondeggiano sul marciapiede come alghe nel mare, all’oscillare dei lampioni sospesi. È perché hai freddo che richiudi la finestra, o per questa strada straniera?

 

In cucina due gatti immobili ti osservano con uno sguardo di rimprovero. Non dovresti essere qui, dicono, la casa è nostra, a quest’ora. E poi in fondo al corridoio affacciarsi alle camere dei ragazzi. Dormono, il respiro regolare, sulla faccia ancora le tracce dei lineamenti infantili. Osservarli tutti e tre, in quel silenzio e nell’ombra, commossa; come se l’abbandono del sonno rendesse anche loro stranieri, oppure li restituisse a ciò che veramente sono: non tuoi, ma di un Altro, che conduce il loro destino. Nel fondo della notte tornare a letto con nel cuore come una crepa sottile. Tutto nell’ora di limbo appare enigmatico: le chiavi abbandonate su un tavolo, la caffettiera pronta per domattina. Da un tetto in cortile un uccello, un merlo forse?, canta già. Che nota bella e forte, sembra il fischiare di un bambino. Ma perché canta, quando non c’è alcun segno di aurora? Forse per chi veglia, insonne, o malato; per annunciare che il sole sta per sorgere, un’altra volta ancora.

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