La calma gioia della signora L

Da un po’ di tempo alla signora L., impiegata in una multinazionale, un lavoro opaco cui andava ogni mattina pensando quanto sarebbe stato bello, invece, essere ricca e non averne bisogno, accadeva una cosa singolare. Si svegliava la mattina nel suo letto e invece di guardare alla giornata con tedio, o ansia, come le altre mattine, le succedeva di considerare con una punta di meraviglia il fatto di avere una casa, e quella camera con un raggio di sole che alle sette e quindici minuti, in giugno, penetrava con siderale precisione dalla finestra e si allargava, dorato, sul suo cuscino. Insomma si rallegrava di avere una casa, sua, e in pace; cosa che mai le era accaduta prima.

Poi la signora L. si alzava e andava in cucina ad accendere il fuoco sotto alla caffettiera. E si accorgeva che le era caro il gorgoglio del caffè che sale, e l’aroma acre e bollente che lento si disperde sopra alla tazzina.

Alle otto e venti la signora L. andava al lavoro. Aveva sempre considerato con uggia il viaggio in metropolitana di ogni mattina. Da qualche tempo invece provava una strana contentezza solo per il fatto di essere anche lei dentro a quella folla di uomini e donne che ogni mattina si tuffa giù per le scale del metrò, in fretta, verso una nuova giornata. Si compiaceva, in quei passi veloci, d’essere insieme a tanti, e di lavorare, ed esser viva.

L’ingresso in ufficio per la signora L. era stato fino ad allora il momento del vertice del tedio: la macchinetta che timbra con il suo sordo e monotono “ding”, gli ascensori che non arrivano mai, e la sua scrivania costantemente semisepolta di pratiche ingiallite. Ma, ed ecco la cosa strana, ora tutto questo non le pareva più così grigio; invece era stranamente lieta di avere un lavoro, e una sedia, e un posto dove la aspettavano.

Considerava fra sé con stupore questa metamorfosi. Accadeva forse perché in tempi di crisi ci si scopre grati di avere un qualunque lavoro? O perché alla lontana per lei si avvicinava la pensione, e sospettava che non sarebbe stata poi così contenta, il giorno in cui non fosse più scesa di corsa alle otto e venti per le scale del metrò? Ma non c’era, in quel suo sguardo nuovo, malinconia; solo come una nuova profondità e consapevolezza. «Cosa mi starà succedendo?», si domandava all’ora di pranzo, annusando il profumo dei gelsomini dalle siepi, per strada; e guardando le nuvole, quel giorno candide, enigmatiche nel cielo di Milano. Le girava in testa una frase letta in un libro di un gesuita del Seicento, Jean-Pierre De Caussade: «Ogni momento porta con sé un dovere da adempiere con fedeltà». Ecco, la fedeltà all’istante, al qui e ora: che strana calma gioia le dava. E non capendo cosa fosse quella metamorfosi, ci si adagiò comunque dentro; lieta, adesso, del fischiare del merlo, dal tiglio magro del cortile.

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