Gli stessi occhi del padre trent’anni dopo

Milano, settembre. In quel bar andavo ogni mattina con il cane, fino a tre mesi fa, a bere il caffè. Dietro al banco il barista era uno sulla cinquantina, grosso, stempiato, con due occhi chiari e ironici che ti scrutavano, curiosi. Come va, mi chiedeva mentre con un gesto veloce piazzava il filtro nella macchina dell’espresso, dandomi le spalle. Bene, rispondevo io, laconica. Lui invece chiacchierava: si lamentava delle tasse, discuteva delle feste di Arcore; oppure aveva in testa il Milan, che la sera prima aveva perso. Beppe parlava ad alta voce e volentieri di donne: delle donne che passavano davanti al bar, che esaminava con un’attenzione golosa. A volte era volgare, ma la sua risata contagiosa colmava le prime ore del mattino.

Con l’estate avevo cambiato il mio giro e avevo scelto una strada ombreggiata. La scorsa settimana sono passata di nuovo davanti a quel bar, e ho visto sulla saracinesca abbassata un cartello. Credevo ci fosse scritto: chiuso per ferie. Ma il cartello era listato di nero. “Lutto per la morte di Luigi, di anni 52. La famiglia ringrazia quanti hanno voluto partecipare al lutto. Milano, agosto 2013”.
Sono rimasta di sasso, lì sul marciapiede, davanti a quella saracinesca calata per sempre. Poi sono entrata dal fornaio: cosa è successo a Beppe, ho chiesto, quasi arrabbiata. A giugno, mi hanno risposto, gli hanno diagnosticato un cancro ai polmoni, già avanzato. Due mesi, ed era morto. Me ne sono tornata a casa a capo chino, incredula. Quell’uomo loquace, estroverso, anche scurrile, era così profondamente vivo; anzi, direi, così intensamente terrestre, con la testa sempre al calcio e alle donne, e l’ira verso l’Agenzia delle Entrate. Quel barista furioso con il sindaco Pisapia per via dell’area C, era così “dentro”, così attaccato alla vita. Davvero non riuscivo a immaginarmelo, davanti alla morte. Sorrideva ancora, mi sono chiesta, e ancora parlava del Milan? Per un mese, col cane, ho cambiato di nuovo la mia strada. Per protesta. 

Ieri, sono tornata davanti a quel bar. Era aperto. Ho gettato un’occhiata diffidente all’interno, pensando di vedere facce estranee. C’erano due avventori al banco, e un ragazzo stava facendo il caffè, dando le spalle alla porta. Si è voltato: vent’anni, e gli stessi occhi chiari di Beppe, l’identico sorriso; e le sue spalle, anche, larghe, forti. Suo figlio: e quella somiglianza mi ha folgorato, così che mi sono fermata a osservare da fuori il ragazzo al banco. Suo figlio: la stessa voce, ma i capelli folti, e la vita davanti. Quale ricchezza è, avere dei figli, mi sono detta allora. Gli stessi occhi tuoi che cominciano un’altra vita, trent’anni dopo. E così, all’indietro nel tempo, di figlio in padre, in figlio, ancora. Avevano dunque i miei occhi, i miei sconosciuti bisnonni? E mio figlio, forse, ha i loro. La vita ci passa dentro come un fiume, e continua. Allora, quasi disposta a perdonare a Beppe di esser morto, sono entrata nel bar, e ho ordinato un caffè. (Il rumore metallico del filtro dell’espresso nella macchina, uguale).

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