Mannino e il virus intestinale dei manettari

«Non conta il giudizio, conta il pregiudizio». Interessante oggi l’editoriale di Michele Ainis sul Corriere della Sera. Il costituzionalista prende in esame le reazioni all’assoluzione di Calogero Mannino, il politico democristiano che, dopo un quarto di secolo passato nelle aule di tribunale, è stato assolto dall’accusa riguardante la presunta trattativa Stato-mafia. Più d’uno ha alzato il sopracciglio dopo la sentenza e, nota giustamente Ainis, questa è la tendenza di buona parte dell’opinione pubblica italiana dopo le assoluzioni. «Reazioni: sì, però… – scrive sul Corriere – C’è sempre un però, c’è sempre una virgola della sentenza d’assoluzione che si lascia interpretare come mezza condanna (in questo caso l’insufficienza delle prove), o magari c’è una dichiarazione troppo esultante del prosciolto, un suo tratto somatico tal quale la smorfia di Riina, una corrente d’antipatia che nessun verdetto giudiziario riuscirà mai a sedare».

SEMPRE COLPEVOLI. Ainis ce l’ha soprattutto con Antonio Ingroia: «Mannino sarà anche innocente, però non esageri, ha detto l’ex pm Antonio Ingroia in un’intervista a Libero. Lui invece esagera, come fanno per mestiere i romanzieri; e infatti ci ha promesso in dono un romanzo col quale svelerà le intercettazioni di Napolitano. Peccato che pure stavolta ci sia di mezzo una sentenza, oltretutto firmata dal giudice più alto. Giacché nel 2013 la Corte costituzionale – per tutelare la riservatezza del capo dello Stato – impose l’immediata distruzione dei nastri registrati, e dunque i nastri sono stati inceneriti, anche se nessuno può incenerire la memoria di chi li ascoltò a suo tempo. Come Ingroia, per l’appunto. Risultato: la Consulta ha sancito l’innocenza “istituzionale”» dell’ex presidente, l’ex magistrato ne dichiara la colpa. Risultato bis: anche in questo caso non conta il giudizio, conta il pregiudizio».

LA NOSTRA INNOCENZA. È successo già altre volte. Ainis cita i casi delle maestre di Rignano, giudicate innocenti, ma che hanno dovuto smettere di insegnare, e quello di Raffaele Sollecito, anche lui innocente, ma su cui si sono riversati quintali d’indignazione dopo la notizia che aveva vinto un bando della Regione Puglia per creare una start up. «Insomma – scrive Ainis –, alle nostre latitudini l’unica prova certa è quella che ti spedisce in galera, non la prova d’innocenza. E allora la domanda è una soltanto: perché? Quale virus intestinale ci brucia nello stomaco, trasformandoci in un popolo incredulo e inclemente? Chissà, forse siamo colpevolisti perché abbiamo perso l’innocenza: la nostra, non la loro».

Foto Ansa


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