«Manette su Expo», titolano i giornali. Ma nell’ordinanza la parola “Expo” non c’è

Oggi tutti i giornali italiani – come testimoniano le immagini pubblicate in fondo all’articolo – rilanciano sotto grandi titoloni la notizia, annunciata ieri, secondo la quale la procura di Milano avrebbe finalmente intercettato e fermato “le mani della ‘ndrangheta sugli appalti per Expo”. Si tratta di un’indagine sulle attività della malavita calabrese in Lombardia che ha portato a ordinanze di custodia cautelare per 13 persone, tra cui politici locali e imprenditori che operavano addirittura con la garanzia del “certificato antimafia”.

UNA SOFFIATA? Peccato che «in 800 pagine di ordinanza di custodia cautelare la parola Expo non compare», osserva giustiziami.it, quotidiano online interamente dedicato alle notizie che entrano ed escono dal Tribunale di Milano. Eppure ieri «qualcuno deve aver soffiato ai giornali la “bufala”», visto che agenzie e siti internet, tutti in coro, hanno collegato subito l’operazioni anti-’ndrangheta alla manifestazione prevista per il 2015. Nell’ordinanza dei giudici milanesi, continua l’articolo, «si fa riferimento esclusivamente a due subappalti minori del valore complessivo di 450 mila euro che potrebbero avere a che fare con Expo». Accuse gravi che tuttavia secondo la redazione di giustiziami.it rappresentano «un po’ poco (eufemismo) per caratterizzare in quel senso il blitz che ha portato in carcere personaggi non certo di primo piano».

«COME MINIMO ESAGERATO». Si parla pur sempre di presunti reati che «confermano la forte presenza della criminalità ‘ndranghetista nel territorio lombardo», precisa l’autore del pezzo. Ed è pur vero che, data l’imminenza dell’inizio dell’esposizione universale (1° maggio dell’anno prossimo), un titolo su Expo vale mille titoli su una cosca qualsiasi. Ma non è che «ogni arresto in ambito imprenditoriale abbia a che fare con quella manifestazione». L’autore dell’articolo pubblicato da giustiziami.it azzarda anche l’ipotesi che «dall’interno dell’indagine» qualcuno abbia «come minimo esagerato nel fornire le prime informazioni. Del resto non è un mistero che la procura di Milano sia a caccia di pubblicità positiva e di visibilità dopo il forte ridimensionamento della sua immagine (altro eufemismo) provocato dalla querelle Bruti-Robledo».

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