Maddalena, abbassandosi sul sepolcro vuoto, finì per trovare quel che cercava

In un libro che raccoglie testi inediti di Teresa di Lisieux (Teresa di Lisieux, Il fascino della santità, di Gianni Gennari, Lindau) ho trovato questa frase: «Maddalena, abbassandosi sul sepolcro vuoto, finì per trovare quel che cercava».

Maddalena era andata al sepolcro quando era ancora buio. In quell’ora della fine della notte, quando tutto sembrava finito: una illusione, come quando un amore su cui giocheresti la tua vita si rivela un abbaglio, un tradimento. Come teneva assieme Maddalena i pezzi del suo cuore, quella notte? E che silenzio di abissi su Gerusalemme, attorno al sepolcro. Sembrava morto tutto, morta proprio ogni cosa. Non un uccello che cantasse, in quell’alba. C’era forse una nebbia fine, un vapore che rendeva le cose immateriali; sfuggenti, e impotenti le mani degli uomini ad afferrarle. E il buio poi, così denso, così opaco. Sarebbe davvero sorto, il sole, all’alba? Forse Maddalena per un momento ne dubitò. E forse nemmeno più le importava: se lui era morto, poteva ben non alzarsi più, il sole.

Era venuta al sepolcro come una sonnambula, trovando non sapendo dove la forza di trascinare i suoi passi fino a laggiù. I soldati romani l’avevano fatta passare lasciandole scivolare addosso sguardi pesanti: una donna non più giovane, ma ancora bella; e con qualcosa in faccia, e nella linea carnosa delle labbra, che ancora confusamente diceva di una sensualità trascinante, disordinata, cui in giovinezza non aveva potuto opporsi. Ma gli occhi, negli occhi neri ora Maddalena aveva un mondo, pulsante come un cuore.

La lasciarono passare i soldati, quella ebrea curva sotto a un vertiginoso segreto dolore. E lei, svuotata di ogni speranza, attonita davanti alla pietra divelta, tuttavia si rannicchiò sulla terra umida, ad aspettare.

(L’attesa di Maddalena è quella di quanti attraversano l’ombra, il lutto, e perfino l’angoscia acuta e senza nome che chiamiamo depressione. È il cuore vuoto come una caverna, che non può più niente – ma può, vuoto com’è, essere colmato).

La pietra del sepolcro giace per terra, vinta, col suo peso di materia cieca. C’è un uomo che avanza, nella penombra indaco dell’alba. Lei, confusa, dapprima non lo riconosce. È lui, che la chiama per nome.

«Rabbuni!». La voce dolce e acuta di una donna è il primo suono della Resurrezione. Rabbuni! (Non sei morto, non mi avevi ingannata. Io lo sapevo, che non poteva esser vero, io lo sapevo, mentre tutto attorno piombava nella morte, e la menzogna – che tu potessi essere morto per sempre – si allargava trionfante, nelle tenebre). Rabbuni! e il femmineo slancio ad abbracciarlo, quell’uomo che ora la guardava negli occhi e le sorrideva con tenerezza, e quasi grato d’averlo atteso, nella più interminabile notte. (Ma non stringermi ora, io devo andare; smetti queste tue dolcissime carezze sulla mia faccia, lasciami, Maddalena, io devo andare).

E lei pazza di gioia ora corre, ad annunciare. Maddalena, che, ha scritto Teresa, «abbassandosi sul sepolcro vuoto, finì per trovare quel che cercava».

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