Lugano, una città perfetta ma senza speranza

Lugano, settembre. Sotto a un sole già impercettibilmente scolorito come è liscia, in una mattina di fine estate, l’acqua del lago. Un battello bianco si stacca da un molo, carico di turisti. Dei giapponesi su dei pedalò costeggiano pigramente la riva. Le aiuole sono rasate alla perfezione, e non si vede in tutta la città una singola auto in sosta vietata; e le siepi, noto, ferma a un semaforo, hanno le foglioline tutte dritte e uguali, scrupolosamente, rigorosamente potate.

Non c’è una cartaccia per terra, e batterie di bidoni per la raccolta differenziata luccicano negli angoli, pulitissimi e discreti. Nelle vetrine, sontuosi orologi valgono mesi di uno stipendio normale. Il traffico è scarso e educato, nessuno che suoni il clacson, e non un lavavetri, o un mendicante. La gente di Lugano passeggia serena nella città perfetta.

Noto però che molti dei passanti sono anziani, sorretti da una badante, o soli; camminano adagio con l’aria di chi non va da nessuna parte, si siedono sulle panchine e nei caffè, a contemplare la docile liscissima acqua del lago. Di cosa mai potrebbero lamentarsi? Vivono nel meglio governato dei paesi, e dagli orologi al polso, e da certi sfavillii di ori sul collo vizzo delle vecchie signore, si direbbero ricchi.

Tuttavia nel guardare i loro passi lenti, e le ottantenni con i capelli rigidamente in piega e il rossetto troppo rosso sulle labbra sottili, si impadronisce di me una malinconia rapinosa. Ecco dei vecchi, mi dico, che hanno tutto, e vivono nel più ordinato dei mondi; eppure in viso gli si legge una calcificata solitudine, e, sotto al dignitoso aspetto, anche un inammissibile dubbio: se valga poi la pena di esser vivi, domani. Mi viene in mente allora che in Svizzera l’eutanasia è legalmente praticata. Mi attraversa un pensiero: in fondo, mi dico, capisco. Nel mondo più perfetto, la solitudine può essere un muro di prigione. E quanto ovattati devono essere i passi, sulle moquettes di certe residenze per anziani.

Mi siedo anch’io a un caffè e contemplo le clienti eleganti, firmate, con la badante ucraina accanto annoiata e muta; intente con tenacia a tirar l’ora di pranzo. Qui, dove il mondo è lindo, senza errori, né rifiuti, né imprevisti, manca soltanto a certi vecchi l’essenziale: un senso, una speranza.

Forse, i più poveri di tutti sono loro. I migranti che ho visto sbarcare a Lampedusa, affamati, disfatti, erano giovani – e, mentre in ginocchio ringraziavano Dio d’essere salvi, che voglia di vivere gli leggevi in faccia. Chi è più povero, i profughi a Lampedusa o certi pensionati di Lugano? Anche questa, vorrei dire al Papa, è “periferia esistenziale”.

Mi lascio dietro la città perfetta con una strana urgenza. Chiasso, la frontiera, l’Italia. (Bellissime mi paiono, lungo il guard rail, le siepi disordinate).

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