Arriva l’ambasciatore americano e la Cina trasforma per l’occasione l’inferno tibetano in un «paradiso»

Erano tre anni che un diplomatico statunitense non visitava il Tibet e il viaggio dell’ambasciatore americano in Cina Gary Locke in questo senso è qualcosa di eccezionale. Ma in fondo è cambiato poco dal momento che la capitale Lhasa che gli ufficiali comunisti cinesi hanno mostrato a Locke è una finta fotografia degli anni 40 che oggi non esiste più.

INFERNO TIBETANO. Invaso nel 1950 dall’esercito di Mao Zedong, il Tibet è diventato un «inferno» che vive un «genocidio culturale» ad opera del partito comunista cinese. Attraverso l’educazione patriottica i tibetani sono costretti a rinnegare il Dalai Lama e a lodare il Partito comunista, i monaci vengono rieducati e tutti i cittadini subiscono pesanti restrizioni nella vita di tutti i giorni, oltre ad essere discriminati nei posti di lavoro pubblici. Nelle scuole non viene più insegnato il tibetano e per strada è obbligatorio parlare cinese. Lhasa, poi, è una città militarizzata dove i giornalisti non possono entrare: camionette della polizia ogni 10 metri, truppe disseminate per le strade per evitare auto-immolazioni di monaci in protesta (salite ad oggi a 120), posti di blocco e body scanner sparsi per i marciapiedi.

«ESERCITO E CECCHINI SCOMPARSI». Ma l’ambasciatore Locke non ha visto niente di tutto questo. «I posti di blocco della polizia e le camionette armate erano scomparse, i cecchini appostati sui tetti nell’area di Barkhor spariti, i body scanner rimossi». Così dichiara un tibetano di Lhasa in forma anonima a Radio Free Asia. «Lhasa si è improvvisamente e per pochi giorni trasformata in una città pacifica». Oggi a Lhasa assemblee pubbliche di preghiera sono assolutamente vietate, eppure proprio mentre soggiornava il diplomatico americano «al centro dell’area di Tsomon Ling è stata inscenata una sessione di insegnamenti buddisti». E non c’era neanche un poliziotto a controllare, almeno in apparenza: «Gli agenti cinesi c’erano, travestiti da tibetani e con rosari intrecciati tra le dita». Continua la fonte: «Tutto ciò è ridicolo, ma è quello che hanno messo in piedi per l’occasione».

SPOSTAMENTI FORZATI. L’ambasciatore durante la visita ha sottolineato «l’importanza che il Tibet si apra ai diplomatici, ai giornalisti stranieri e ai turisti e che la cultura tibetana venga rispettata». Ma niente di tutto ciò avviene oggi e il paese che ha potuto vedere con i suoi occhi nella realtà di tutti i giorni non esiste. Il Tibet è piuttosto il luogo dove, secondo un recente rapporto di Human Rights Watch, oltre due milioni di persone negli ultimi sette anni sono state costrette dalle autorità cinesi a cambiare città e casa a proprie spese. L’obiettivo di questa politica è spezzare i legami tra le famiglie e impedire che si formi un’opposizione al regime.

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