L’intolleranza oltre la religione

"Disgraced" foto Andrea Macchia
“Disgraced” foto Andrea Macchia

Lo Stabile di Torino apre la stagione 17/18 con la propria produzione di Disgraced (in scena fino al 29 ottobre), testo Premio Pulitzer 2013 del newyorkese Ayad Akhtar (restituito in italiano da Monica Capuani), per impianto drammaturgico di Milena Massalongo e direzione di Martin Kušej.
E, al Carignano, il regista austriaco opta per un minimalismo scenografico estremo (da imputare ad Annette Murschetz), con pareti bianche delimitanti una stanza asettica e vuota che ha per pavimento carbone vegetale – il che obbliga gli interpreti a fare i conti con una costante precarietà di equilibrio -, dove, da un lato, sta conficcata una spada (con qualche simbolico rimando a Damocle) quale presagio di imminenti “disgraziati” risvolti.
È questo un terreno lunare, disumanizzato in un certo senso, non identificabile come abitazione privata né come spazio pubblico, ma piuttosto come zona mentale, nascosta, personale: quella dello stimato legale musulmano Amir (Paolo Pierobon), che accoglie la fidanzata pittrice Emily (Anna Della Rosa) dal meravigliato interesse per l’arte islamica; la collega afroamericana, anch’essa avvocato (e a lui preferita) Jory (Astrid Meloni), e con lei il marito Isaac (Fausto Russo Alesi), mercante d’arte ebreo, e infine il nipote Abe (Elia Tapognani), che allo zio chiede d’intercedere a favore di un imam ingiustamente incarcerato.

Ciò a cui assistiamo, per successione di capitoli, di momenti di luce intervallati da zone di pesante ombra, è un reciproco rapporto d’idiosincrasia che emerge sgretolando la corazza del politically correct, dei convenevoli e di altre forme di circostanza tanto cari all’alta borghesia. Amir si fa custode di una rabbia repressa che si carica a molla, e che deve esplodere. Rabbia per cosa? Per la discriminazione, per il sentirsi comunque esclusi anche se ci si è convertiti alla maggioranza, anche se si rispetta il canone, se ci si adegua e omologa rinunciando o rinnegando le proprie origini. Ma – e qui sta la forza testuale – l’accettazione, l’appartenenza concessa è solo apparenza: c’è, per quanto pallido, un diritto (o condanna) per nascita che tuttavia resta lì, s’imprime come il carbone su abiti e corpi. Perché sul corvino campo di battaglia si lotta a colpi di consapevolezze sull’odierna questione islamica post 11 settembre, sull’influenza (pressione o oppressione) della religione – qualsiasi essa sia – nella nostra quotidianità, sul rapporto con una minoranza che difficilmente tendiamo a dissociare ciecamente, per paura vera o indotta, dal potenziale pericolo terrorismo.

S’innesca dunque una tensione drammaturgica che, però, nella restituzione registica e recitativa, tende a deviare in un alternarsi di staticità fisica, con posizioni (talvolta al limite dello statuario) o formazioni mantenute per un tempo variabile, e sfoghi impetuosi che scatenano i corpi in salti, corse e movimenti; mentre si coltiva una complessiva concitazione un po’ troppo esasperata: un sovraccarico di nervosismo che trova una via espressiva non facilmente riconducibile a una progressiva scoperta d’insofferenza condivisa – con annesse drammatiche conseguenze – che coinvolge, uno dopo l’altro, tutti i personaggi, spingendoli a interrogarsi sull’identità, la sottomissione, l’ipocrisia. E sull’esclusione e repressione, le cui forme non vanno cercate solo nel fanatismo religioso. Si può trovarne fresca traccia anche sbirciando sotto la bandiera del laicismo e libertà del nostro mondo occidentale, con il suo credo commerciale da osservare, la sua preghiera al consumo, il suo verbo “vendere” – vendere sempre e comunque. Nel nome della Costituzione, dei raccomandati e del dio denaro.

Disgraced

di Ayad Akhtar
traduzione di Monica Capuani

regia Martin Kušej
con Paolo Pierobon, Anna Della Rosa, Fausto Russo Alesi, Astrid Meloni, Elia Tapognani
scene Annette Murschetz
costumi Heide Kastler
musiche Michael Gumpinger
luci Fabrizio Bono, Daniele Colombatto
assistente alla drammaturgia Milena Massalongo
assistente alla regia Karla Traun
Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale
con il sostegno di Fondazione CRT

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