L’Inno di Mameli a scuola. Applausi. Ma che ne dicono atei, pacifisti ed europeisti?

Oh, adesso dovranno farsene tutti una ragione. Il giudice Tosti, la signora Lautsi, Adel Smith e l’Unione Atei e Agnostici Razionalisti: tutti coloro che negli ultimi anni hanno inscenato clamorose proteste o adito le vie legali per rimuovere i simboli religiosi dalle istituzioni italiane e dai luoghi pubblici devono finalmente darsi una calmata e tacere per sempre. Perché il 14 giugno la Commissione cultura della Camera ha approvato il ddl che istituisce, il 17 marzo di ogni anno, la “Giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’Inno e della Bandiera”, e che prevede anche l’insegnamento dell’Inno di Mameli nelle scuole italiane di ogni ordine e grado. E l’Inno di Mameli, per chi se lo fosse scordato, contiene ben tre riferimenti espliciti alla divinità. Non solo quello al massonico “Iddio” che creò la Vittoria schiava di Roma: questa è l’unica citazione risaputa da quel 99 per cento di italiani che dell’inno nazionale provvisorio (provvisorio dal 1946!) conoscono solo il primo verso e le prime righe del secondo. Quando si comincerà a studiare il testo di Mameli in tutte le scuole della Repubblica si scoprirà che il terzo verso contiene un appello che coinvolge il Dio cristiano («Uniamoci, amiamoci, l’Unione, e l’amore rivelano ai popoli le vie del Signore») e un interrogativo retorico di una religiosità ecumenica: «Uniti per Dio, chi vincer ci può?». Dove il “per”, come spiega anche il sito internet del Quirinale, non indica finalità, ma complemento d’agente come il “par” francese: uniti da Dio nessuno ci può vincere.

Dio e la terminologia religiosa entrano a far parte dei simboli ufficiali della Repubblica italiana, e per chi ha enfatizzato per anni una laicità puramente negativa, teorizzando l’esclusione del religioso dallo spazio pubblico e la sua relegazione nel privato come se si trattasse di un contenuto osceno, questo è il momento di una sonora sconfitta.

Adesso però aspettiamoci pure una mozione di condanna da parte del Parlamento europeo per la commistione fra politica e religione di cui la nuova legge italiana è esempio, e un preoccupato comunicato stampa di Amnesty International che denuncerà la violazione dei diritti umani di atei, agnostici e politeisti. E questo sarà solo l’inizio della levata di scudi contro l’ufficializzazione di un inno italiano che non solo invoca il Padreterno ad ogni piè sospinto, ma è militarista e guerrafondaio quanto più non si potrebbe: in rapida sequenza il testo esalta ben sei fatti d’arme. Ed è vero che gli ultimi cinque riguardano ribellioni nazionali contro invasioni di forze esterne, perlopiù imperiali, ma il primo della lista allude alla battaglia di Zama, vinta dalle legioni romane guidate da Publio Cronelio Scipione contro Annibale: fu quel successo a trasformare Roma in potenza imperialista del Mediterraneo. Per non parlare poi dell’apologia dell’uso in guerra dei bambini soldato: «I bimbi d’Italia si chiaman Balilla», annuncia sciaguratamente l’Inno rievocando il presunto 11enne iniziatore della rivolta dei genovesi contro l’occupazione austriaca del 1746. Lo spirito della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia è chiaramente violato. Emergency, Save the Children, Medecins sans Frontières e Telefono Azzurro sono già sul piede di guerra.

D’ora in poi non potremo più lamentarci delle salve di fischi dei tifosi avversari in occasione delle partite internazionali degli Azzurri: i paesi stranieri trattati da nemici nel testo dell’inno sono parecchi, in particolare l’Austria e la Russia. Quest’ultimo caso è particolarmente penoso: i russi, accusati da Mameli di essersi spartiti la Polonia con gli austriaci (un fatto storico destinato a ripetersi più volte…), vengono sprezzantemente chiamati in causa con l’appellativo “il cosacco”. Recita infatti l’ultimo verso dell’inno: «Già l’Aquila d’Austria le penne ha perdute. Il sangue d’Italia, il sangue Polacco, bevé, col cosacco, ma il cor le bruciò». Bell’esempio: insegniamo ai ragazzi a dire “rom” anziché “zingaro”, “nero” anziché “negro”, “diversamente abile” anziché “handicappato”, ci incavoliamo se a noi italiani ci dicono “pizza” o “mafia”, e poi ci permettiamo di dare dei “cosacchi” a 146 milioni di russi.

Scherzi a parte, dovremmo provare a chiederci perché i poteri legislativo ed esecutivo di questo paese abbiano finalmente deciso di canonizzare un testo così anacronistico, e così lontano dalla retorica europeista di Giorgio Napolitano e di Mario Monti. Una tardiva reazione ad anni di provocazioni identitarie simboliche da parte della Lega Nord? Certamente sì, ma non solo. L’approvazione del ddl arriva in un momento di massima difficoltà politica leghista. Le minacce all’identità nazionale italiana e allo Stato unitario non sembrano proprio venire da lì.
Che dire invece della quota di sovranità che il popolo italiano ha ceduto negli ultimi sette-otto mesi? Un presidente del Consiglio eletto dalla maggioranza degli italiani dimesso a colpi di spread e di sorrisini franco-tedeschi, una compagine ministeriale di personalità che non si sono presentate in nessuna elezione al giudizio popolare, un programma di governo scritto a Francoforte e a Bruxelles. Brutti colpi per l’orgoglio nazionale. La necessità di compensare almeno simbolicamente le perdite politiche e finanziarie patite si è fatta impellente. Ci portano via i nostri soldi e la nostra indipendenza politica, ma ci regalano tante bandierine, trombette, magliette e distintivi. Ma come tutte le operazioni concluse in fretta e furia dopo lungo tergiversare, il risultato finale è massimamente abborracciato: d’ora in avanti gli italiani festeggeranno il 17 marzo l’unità nazionale, la bandiera, l’inno e la Costituzione. Cioè cose storicamente diverse e lontane fra loro: il Regno d’Italia, incarnazione storica dell’unità nazionale italiana, è stato proclamato nel 1861, la Costituzione è del 1946; essendo repubblicana, la Costituzione pone fine al Regno d’Italia che aveva realizzato l’unità nazionale, ma noi festeggeremo le due cose insieme.

Cosa capiranno gli studenti di questo guazzabuglio, forse è meglio non chiederselo. Qualcuno finirà per credere che l’unità d’Italia s’è fatta nel 1946 o, a causa di quel “Balilla” cantato nel penultimo verso dell’inno, che Mameli sia vissuto sotto il fascismo. Comunque voler collegare unità nazionale e Costituzione repubblicana nella stessa celebrazione resterà per sempre una forzatura storica. E chi manipola la storia prima o poi paga pegno. Perché la storia è una signora molto vendicativa.

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