L’incontro con Padre Aldo

Io, il prete con gli occhi chiari e il terzo convitato fra noi

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Un mese fa a Milano ho conosciuto padre Aldo Trento. Ero molto curiosa e, sotto
sotto, leggermente inquieta. “Ma questo qui, chi è?” mi domandavo, pensando ai racconti di dolore e di fede dalla sua casa per moribondi ad Asunción, in Paraguay. Ci siamo seduti a un tavolo, lui di fronte a me. Mi hanno colpito gli occhi, di un azzurro molto chiaro; uno sguardo disarmato, quasi infantile. La faccia è da semplice, da uomo del Bellunese, dove la terra sale verso le montagne; montagne che si alzano all’orizzonte irraggiungibili e altere. Da bambina andavo in vacanza da quelle parti; mi ricordo delle facce così. Tra quelli che tagliavano l’erba ancora con la falce, o lavoravano il ferro battuto nell’ampezzano: uomini semplici, e però con qualcosa, negli occhi, di indecifrabile. Per cui ti chiedevi quale storia, o dolore, o silenziosa preghiera custodissero. Era forse lo stesso incombere di quelle montagne regali a segnare gli uomini?

 

Come il confronto ogni giorno, ogni alba, con l’impronta di un’altra mano. Aldo Trento mi è stato perciò subito quasi familiare. Come uno che già conoscevo. «Quello che non capisco – gli ho chiesto quindi, venendo subito al dunque – è come fai, dalla tua casa di Asunción, a parlare di Cristo come se fosse una presenza tangibile, carnale. Come se fosse qui, ora, insieme a noi. Per me invece Cristo è un fantasma; come un amore inseguito, che non si mostra mai». Allora Trento ha cominciato a raccontare che anche per lui una volta, nella depressione che lo tormentava, era così, fino a quando non ha incontrato don Luigi Giussani. Ha spiegato che in quella amicizia Cristo si è fatto concreto; nella faccia di Giussani. Siamo andati avanti un’ora e mezza, io a domandare, non capendo, cocciuta; lui, paziente, a rispondere. Ciò che mi torna in mente, un mese dopo, è soprattutto una cosa. Una sedia vuota, che Trento aveva accanto, seduto a quel tavolo. Parlava di Cristo con una pacata certezza, come se fosse presente in quella stanza; seduto anche lui al tavolo, terzo convitato fra noi. Di modo che ogni tanto lo sguardo mi cadeva sulla sedia. Che per me era vuota. Mentre per quel prete con gli occhi chiari, Cristo presente sembrava una certezza. Una evidenza tangibile, quanto la mia faccia davanti a lui. Andandomene, sulla tangenziale guidavo assorta. Non avevo risposte al mio dubbio iniziale (“ma questo qui, chi è?”). Ma da quel breve incontro mi era rimasta come una affezione, singolare per me verso uno sconosciuto. E mi torna spesso il pensiero alla faccia di Trento, e a quella sedia vuota. Ad ascoltarlo pareva che le sue parole fossero legate insieme da un filo invisibile e tenace. Come una interiore evidenza, che non aveva neanche bisogno di essere troppo esplicitata. Ecco, a sentirlo, mi si è insinuata addosso una inquietudine: che Lui, davvero, sia qui. Davanti ai nostri occhi ciechi. Incredibile. Assurdo. Possibile? In tangenziale,
muta, guidando nel traffico, pensando a una sedia vuota
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