L’Imperatore di Orizzontalia

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Era un gatto di dodici chili, nero, grande, grosso, quasi un piccolo ghepardo. Lo fissavano preoccupati i fattorini che a volte entrano in casa, «Caspita, ma è un gatto, questo?», domandavano. Era pingue e regale, pigro, quasi sempre sdraiato su un divano, fino a imprimergli sul cuscino la sua forma. Imperatore di Orizzontalia, lo chiamavo io.

Non aveva paura di niente. Come fosse il vero padrone della casa ci seguiva con lo sguardo nei nostri andirivieni frettolosi, mi pareva, quasi con un’ affettuosa commiserazione. Lui, si stiracchiava: non un pensiero al mondo, tranne aspettare la cena. Se mia figlia però, la sua prediletta, gli si avvicinava, si alzava sulle zampe a baciarle le guance, il naso, con devota tenerezza. Di nome faceva Attila, ma era un pacifista. La sola volta che vide un topo, un giorno in campagna, lo fissò sbalordito e restò immobile. Poi guardò me, perplesso, come a chiedermi: che cos’era, quello?

L’altro giorno d’improvviso, lui sempre il primo alla scodella, all’ora della cena non è venuto. Lo abbiamo cercato dappertutto: si era cacciato dentro un armadio, al buio, e non voleva venirne fuori. Nell’ombra le pupille dei suoi occhi dilatate, nerissime, dicevano chiara una sola cosa. E con che verso cupo e gutturale si opponeva a chi cercava di trarlo dal suo rifugio: lui, aveva già deciso. (È strano come gli animali siano docili davanti alla morte. Molti uomini tremano, fuggono, si rivoltano. Un gatto si rintana in un buco, non mangia più, e aspetta. Come se sapesse ciò che lo attende. Come un condannato che non si ribella).

Era semplicemente un gatto. Ma che pena per quel suo soffrire sordo e cieco. Gli uomini, quando soffrono possono sperare. Quei suoi grandi occhi neri invece, spalancati sul nulla. Ho pensato alla Lettera ai Romani di Paolo: «La creazione stessa… nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione… Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto».

Quando è morto, lo ho lasciato con una ultima carezza. Quel gatto che, cucciolo, faceva dei salti da acrobata, fra le grida ammirate dei figli bambini. Quanto hanno giocato con lui, quanti sorrisi ci ha dato. Ma niente di ciò che amiamo andrà perduto, ha promesso Benedetto XVI. E io mi immagino che quel giorno, quando ritroverò quelli che ho amato, sentirò qualcosa di morbido che si strofina contro le mie gambe – e anche l’Imperatore di Orizzontalia, sarà ritornato.

Foto gatto tratta da Shutterstock

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