L’immenso Karl Marx di pietra nella città fantasma di domani

Dopo la caduta del Muro rimasero i vecchi. Non c’è lavoro, e non arrivano nemmeno gli immigrati. Il gigantesco Karl Marx di pietra è rimasto. Anche se i giovani non sanno più chi è e cosa voleva, quel signore corrucciato

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Da Berlino sono 250 chilometri tra boschi e campi spesso incolti, attraverso la ex Germania Est. Fino a Chemnitz, che nella Ddr si chiamava Karl-Marx-Stadt. Entro in città e mi stupiscono le strade vuote. Scatta il rosso e poi il verde ai semafori, senza che passi nessuno. 240 mila abitanti, giorno feriale: mi chiedo, dove saranno tutti? Incrocio solo pochi vecchi; e due punk con mezzo cranio rasato e mezzo viola, dall’aria non cordiale. Dietro al mio albergo c’è Brühl strasse: un lungo viale di palazzi d’epoca abbandonati. Negozi chiusi, graffiti sbiaditi, vetri rotti alle finestre di case dove non vive nessuno. Rarissimi passanti anche qui, e tutti anziani. Un altro punk con mezza testa rasata e un bullone a mo’ di orecchino spinge un passeggino. Mi inoltro nei cortili: persiane serrate, non una voce, non un’eco di tv accesa.

In centro invece è tutto nuovo, vetro e cemento – più cemento che vetro. Autobus semivuoti. Una chiesa protestante, è chiusa. Finalmente mi imbatto in una grande torre rotonda, attorno alla quale si aggira qualche umano. È un centro commerciale. Qualche avventore beve una birra al bar. Una musica disco rimbomba forte, come dentro un cuore vuoto. Qui c’è di tutto, dai profumi di Chanel alle magliette da tre euro. Una montagna di roba. Ma chi la compra? Dove sono tutti? Mi perdo nel labirinto, sbuco in faccia a un gigantesco busto di Marx, alto come una casa a due piani. Poi un amico italiano mi racconta la storia di Chemnitz. All’inizio del Novecento questa era una città molto ricca. Fonderie, acciaierie, tante ciminiere che ci si vantava d’essere la Manchester della Sassonia. Nella terra che era stata la culla della Riforma, come un tempio al dio del lavoro e del profitto. Poi gli abitanti aderirono con entusiasmo al nazismo. Gli ebrei deportati, la sinagoga distrutta. Ma gli Alleati bombardarono spietatamente, qui come nella vicina Dresda. La Feuersturm, la tempesta di fuoco delle bombe incendiarie, incenerì le case come in un’apocalisse. Finita la guerra Chemnitz si trovò al di là della cortina di ferro. Karl-Marx-Stadt, la ribattezzarono i sovietici, che vollero farne un modello del socialismo. Il nuovo dio era quella faccia di marmo. Nelle fabbriche si tornò a lavorare, ma con una crescente amarezza. Era povera ora Chemnitz, e prigioniera.

Alla caduta del Muro la gente qui esultò. Adesso, pensavano, tutto sarebbe cambiato. In centomila se ne andarono a Ovest: una fuga. Rimasero i vecchi. Questa oggi è una città di vecchi. Non c’è lavoro, e non arrivano nemmeno gli immigrati. Ecco dove sono andati tutti. Il gigantesco Karl Marx di pietra è rimasto. Anche se han fatto un sondaggio, e i giovani non sanno più chi è e cosa voleva, quel signore corrucciato. E che ne sarà di questo dark di vent’anni, solo con una bottiglia di birra in mano alle nove di mattina? La ex Karl-Marx-Stadt, la città che ha creduto a ogni idolo e in cui ora oltre 80 abitanti su 100 si professano atei, è come un incantesimo triste. Ti insegue il suo silenzio, in un pensiero come un brutto sogno: che la sua umanità di vecchi, di soli sia una parabola, e forse una profezia. Un pezzo di Europa futura, cinquant’anni prima.

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