Limiti e contraddizioni della Primavera di Praga, per evitare letture agiografiche o edulcorate

Il primo segretario Dubček e, accanto a lui, l’attempato presidente della repubblica Svoboda, sorridono e salutano le migliaia di cittadini festanti che sfilano davanti alla tribuna. Una scena idilliaca quella del Primo Maggio 1968 a Praga, molto diversa dal Maggio francese: all’Est non è in corso uno scontro generazionale, non si fa guerriglia urbana contro il sistema – anzi lo si appoggia. A Praga si vedono cittadini di ogni età con striscioni fai da te, alcuni invitano a riprendere i rapporti diplomatici con Israele (interrotti per compiacere Mosca), altri celebrano il Che, altri ancora chiedono «libertà di opinione e di espressione», qualcuno sventola la bandiera americana. Ecco l’«immaginazione al potere»!
Famiglie intere, giovani con la chitarra e i primi timidi capelli lunghi, i reduci della seconda guerra mondiale che sfoggiano le divise finora proibite dei piloti cecoslovacchi della RAF (considerati «traditori» dopo il putsch comunista del ’48)… A vedere i tg dell’epoca sembra di assistere ad un’autentica festa di popolo, e lo fu veramente.

Eppure le ambiguità e i limiti non mancarono neppure durante la vivace Primavera di Praga. Ha sicuramente ragione Kundera – già citato in un precedente articolo – quando dice che il ’68 praghese fu una «difesa appassionata della tradizione culturale europea nel più ampio e comprensivo senso del termine»; tuttavia alcuni elementi di quella tradizione, come la democrazia e il capitalismo, cominciavano già ad andare in crisi proprio in quell’Occidente che rappresentava il sogno proibito dei giovani mitteleuropei. Se costoro giudicavano ingenui i loro coetanei occidentali che sognavano la rivoluzione proletaria, non lo erano forse anche gli stessi giovani che all’Est sognavano ciò che all’Ovest appariva ormai come frutto di un sistema politico che aveva fatto il suo tempo?
In entrambi i casi infatti nessuna delle generazioni, da una parte e dall’altra della Cortina di ferro, aveva fatto esperienza diretta del sistema politico-sociale cui tanto aspirava.

Riguardo alle riforme ufficiali, il Programma d’azione del Partito comunista cecoslovacco era piuttosto ambiguo, «nebuloso» l’ha definito tempo fa l’ex premier slovacco Ján Čarnogurský: era un testo che voleva accontentare un po’ tutti, sia i comunisti conservatori, sia coloro che avevano visioni più liberali, sia la maggioranza della popolazione. Ma «il vero problema del Programma e di tutta la politica di Dubček – prosegue Čarnogurský – era una politica che introduceva libertà sempre maggiori nel paese senza avere l’appoggio delle potenze a livello internazionale (…). Il governo era come se non si ponesse nemmeno il problema: i politici si riscaldavano al tepore dell’ampio appoggio di cui godevano presso l’opinione pubblica».
Così «all’invito al dialogo si reagì con l’invio dei carri armati» (Havel).

Gli effetti più interessanti del ’68 a Praga si ebbero nei mesi e negli anni successivi, quando alcuni – che convenzionalmente verranno definiti «dissidenti» – non cedettero alla generale demoralizzazione e proseguirono nella ricerca della libertà e della verità, spezzata dall’invasione di agosto. La ricerca della verità portò a mettere al centro della riflessione la persona quale protagonista della storia. Aveva scritto la poetessa russa Nadežda Mandel’štam: «Siamo soltanto dei fuscelli trasportati dal flusso tempestoso, quasi fumoso, della storia. Ma il fuscello umano, anche il più banale, ha una sua capacità misteriosa di imprimere una direzione al flusso».
La ricerca della libertà – paradossale sotto la cappa totalitaria – portò alla nascita di gruppi e iniziative «paralleli» al sistema in cui al centro stava ancora la persona e non la massa.

Gran parte della società si confuse invece nella grigia figura del «borghesuccio socialista» di cui parla amaramente il drammaturgo Havel nella lettera aperta al primo segretario Husák. Il cedimento dell’umano di fronte ai condizionamenti esterni, infatti, ebbe notevoli conseguenze anche all’Est, portò con sé il senso della fatalità e della rassegnazione: «La gente – scrive Havel – (…) cerca un rifugio nelle più varie forme di evasione, cade in preda (…) all’assoluto disinteresse sia per i valori sovrapersonali che per il destino del suo prossimo. (…) Ho paura del prezzo che dovremo pagare (…) per aver inutilmente e crudelmente obbligato la vita a rifugiarsi per così dire nel sottosuolo della società e dell’animo umano».
Abbandonati i sogni e le ideologie del ’68, quei pochi «strampalati donchisciotte» furono all’Est i protagonisti di pacifiche esperienze di vita nuova che contribuirono a far rinascere interi popoli.

Foto Ansa

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