L’Ilva, le cassiere della Coop e i cinesi della Foxconn. È il senso del lavoro che andrebbe globalizzato

Mi colpiscono, in questi giorni, le continue notizie che riguardano il lavoro, le più disparate e contraddittorie. Brunello Cucinelli decide di dividere cinque milioni di utili con i suoi dipendenti, poco più di seimila euro a testa; per contro le cassiere della Coop scrivono alla Littizzetto di non far ridere, sono loro la Coop e non se la passano certo bene tra paghe da fame e orari impossibili.

In Occidente la disoccupazione cresce a vista d’occhio mentre in Oriente ci si suicida per il troppo lavoro nelle fabbriche cinesi della Foxconn e della Samsung che assomigliano sempre più a laogai piuttosto che a opifici.

Vogliamo i mobili Ikea a quattro soldi ma poi ci scandalizziamo se sono stati prodotti con il lavoro gratuito dei detenuti politici della ex DDR o se le cooperative di facchinaggio sono sottopagate.

A Taranto una magistratura miope e fanatica butta sul lastrico migliaia di famiglie mentre in Bangladesh muoiono a centinaia bruciati in una fabbrica tessile dove donne e bambini lavorano ammucchiati per darci la soddisfazione di comprare una t-shirt a tre euro.

Non bisogna essere dei geni e nemmeno dei laureati alla Bocconi per capire che in tutto questo c’è qualcosa che non va.

Mi sa che la sfida del nostro futuro sarà proprio quella sul significato, sul senso, sul rispetto, sulla retribuzione del lavoro, che devono diventare, questi sì, globalizzati.

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