Lettera ad Asia Bibi e a tutti noi, legati a un Destino grande

Ho letto con profonda attenzione la lettera che Asia Bibi ha inviato dal suo carcere a quel qualcuno che forse neanche lei poteva immaginare leggesse mai quelle righe piene non solo di ingiustizia, ma anche di affezione e abbraccio verso i suoi cari.

Leggendo e rileggendo quella lettera, io – comodo su un divano occidentale, frutto dell’ingegno occidentale, mentre fumavo una sigaretta impacchettata in Occidente – ho avuto un forte sussulto. Non era una lettera come le altre. Io non sapevo nemmeno che esistesse Asia Bibi. Non lo sapevo. Ed ora le dico che sono felice di sapere che esista. Leggendo quella lettera, e mi scuso per un qualcosa che forse sembrerà egocentrismo ma non lo è, dico che Asia Bibi l’ha scritto a me. Ha scritto anche a me.

Essere in carcere dall’altra parte del mondo, per il fatto di esser cristiana. È come se in carcere ci fossi anch’io. In quel carcere, dietro quelle sbarre, dopo quella lettera ci sono anch’io. E il mio non è un atto di generosità, di vicinanza solidale. Il mio è un atto di appartenenza. Perché se un figlio della Chiesa è in carcere per la fede della sua Chiesa, beh in quel carcere ci siamo tutti. In quel carcere ci sono tutti quelli che a quella Chiesa appartengono. Così come un tibetano si sente mancare quando vede cosa succede ai monaci tibetani massacrati dal regime cinese.
Ma c’è un aspetto in più. Che in quel carcere, per quella vicenda, per quella fede, per quella storia, ci siamo anche noi, non appena perché apparteniamo ad una stessa Chiesa. Ma perché quella Chiesa si chiama cristianesimo cattolico. E il cristianesimo cattolico e la sua cultura cattolica portano nel mondo il significato del più grande dramma umano: quello di sentirsi uomini in quanto legati ad altri. Il cristianesimo ha portato nel mondo non appena una Chiesa, un’appartenenza, una religiosità. Il cristianesimo ha portato nel mondo il significato del nostro essere. Il significato del mio essere. Quel significato che ora è scosso, è partecipato, è avvinto a quello di Asia Bibi. Per questo il nostro Natale sarà Natale in proporzione a quanto sentiamo nostre le sbarre, il grigiore, l’ingiustizia che Asia Bibi sta subendo dall’altra parte del mondo. Il nostro Natale sarà più Natale in proporzione a quanto sentiamo nostre, a quanto sento mia la libertà mancata, l’affettività tranciata, la famiglia lontana, di Asia Bibi.

Qui, in Italia, il nostro Natale è la grande occasione di riscoprire che il senso del nostro essere, il senso delle nostre cose, il senso dei nostri affetti è legato al senso del suo essere, al senso delle sue cose, al senso dei suoi affetti. Quelli di Asia Bibi. Anche lei come noi desiderosi della carezza del Nazareno.

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