Lego, sabbia, briciole. Nelle borse delle mamme c’è la vita (che non è una puntata di Sex and the City)

Rovescio il contenuto della mia borsa sul tavolo della cucina e inorridisco.

Altro che Carrie Bradshaw, nella cui clutche di Fendi avrebbero trovato posto solo il cellulare glitterato e l’ultima copia di Vogue. Qui, con il mio mega-maxi-ultra borsone sfondato porta-tutto, siamo più dalle parti di “Mary Poppins meets Nonna Papera”.

Articolo numero 1. Pannolone taglia quarta. Non si sa mai quando la natura potrebbe chiamare per il mio adorato terzo angioletto. L’ho scampata bella quella volta che al matrimonio di una collega, quando avevo “solo” l’angioletto numero uno, la sposa mi chiese la piccolina per una foto «tenera tenera» e io tutta fiera gliela diedi in braccio, per scoprire solo cinque secondi più tardi che sull’intera lunghezza della schiena della cucciola era spalmato il più terrificante dei liquami maleodoranti. Meno male che comunque il vestito della sposa era salvo.

Articolo numero 2. Cos’è quella sostanza farinosa sul fondo? Sabbia? Oddio, vuol dire che non pulisco questa roba dall’estate scorsa, dall’ultima volta in cui i figli si sono infilati senza scarpe nella sabbionaia del parco giochi e prima di tornare a casa ho infilato le loro calze lerce nella borsa. Che schifo.

Articolo numero 3. Reperti organici: avanzi vari di merendine cominciate e mai finite. Spiluzzicate, analizzate neanche fossero prove schiaccianti di CSI. Fatte a brandelli, ridotte in briciole. E se loro non le finiscono (non le finiscono mai) e tu non le vuoi (mi volete tutta ciccia e brufoli?) e negli immediati dintorni non c’è un cestino dell’immondizia, tocca dare il buon esempio riponendo i resti nella suddetta borsa con la promessa «buttiamo tutto nel cestino di casa». Uffa.

Articolo numero 4. Pezzi di Lego. In una taschina esteriore. Perché, ci mancherebbe, la fantasia dei piccoli non va ostacolata. Quindi se al mattino, quando mancano 5 minuti alla chiusura del cancello dell’asilo, e tu devi ancora 1) lavarti i denti, 2) mettere scarpe-giacca-cappello-sciarpa a tutti e tre (e a te stessa), 3) sparecchiare tavolo cucina da tazze colazione (massì, dai, quello si può far dopo, mica viene nessuno tra le 9.00 e le 9.20), 3) far partire una lavatrice perché la roba sporca sta cominciando a uscire dalla cesta di vimini come Blog, il liquido che uccide, 4) e tante altre cose confuse e in ordine sparso, e l’artistoide secondogenito ti chiede di mettere in borsa la sua ultima creazione in Lego (tendenzialmente sempre spade e/o pugnali) da mostrare alle maestre, note esperte e critiche d’arte, tu, madre egoista e poco attenta alle inclinazioni della tua prole santa, vuoi forse dirgli NO?

Articolo numero 5. Mollette. Mollette a non finire. Elastici. Strumenti per raccogliere e ordinare i capelli prodotti in Italia e nel mondo (soprattutto in Cina, direi) negli ultimi 20 anni. Perché passare da “frangetta” a “capelli tutti lunghi uguali” ha un prezzo. E la primogenita lo sa. E anche – soprattutto – tu.

Ho capito (mi sono rassegnata al fatto che) a un certo punto si smette di essere Carrie (a parte che io non lo sono mai stata, purtroppo) e si comincia a essere qualcosa che ancora dopo tre parti non ho capito bene. So solo che qualche risultato, dopo tanta fatica, si vede. A volte. Non sempre. Ma qualche volta sì. Abbastanza da spingerci ad accogliere la prossima cianfrusaglia nella propria borsa(ccia). Come quando “quello dei Lego” una mattina che pioveva ha esclamato: «Meno male che noi abbiamo un tetto!». Ogni tanto, cioè, intravedi nelle loro farneticazioni un barlume di umana coscienza: io sono nel mondo e intorno a me il mondo c’è. E forse a questo ha contribuito anche il fatto che c’è qualcuno che li ha messi nelle condizioni di sentirsi amati abbastanza da aver voglia di amare e conoscere anche loro qualcosa, là fuori. Il mio lavoro dietro le quinte da raccattapalle. Il lavoro di mamma.

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