L’editorialista russo sulla grande lezione di libertà e unità del popolo di Minsk

Stavolta faccio solo da “spettatore”, preferisco offrire ampi stralci da un commento di Anton Orech, editorialista russo di radio Echo Moskvy, su quanto sta accadendo in Bielorussia, che ripropone questioni politico-sociali molto sentite anche in Russia.

«È raro che càpiti una settimana simile – scrive Orech, – così piena di emozioni, e sei preoccupato per gli estranei come fossero tuoi parenti. Sì, perché i bielorussi non ci sono estranei. I bielorussi sono un popolo meraviglioso. Su tutti i paesi esistono barzellette e aneddoti, ogni nazione ha i propri nemici storici. Invece i bielorussi non hanno nemici, e non possono evocare altro che simpatia.

In questi giorni i bielorussi hanno dimostrato di avere un grande rispetto di sé, dignità e coraggio. Il mascalzone Lukašenko ha organizzato di fatto una spedizione punitiva contro i suoi stessi cittadini. Perché tutto ciò che abbiamo potuto vedere sono state atrocità belle e buone, e le storie di centinaia di vittime torturate nei sotterranei sono identiche alle storie sulle atrocità dei nazisti. Si scopre che per un quarto di secolo Lukašenko è stato impegnato unicamente ad addestrare, come si fa coi cani, i poliziotti e le forze speciali, perché temeva e disprezzava il proprio popolo.

Siamo così simili ai bielorussi che non possiamo fare a meno di fare parallelismi. E vediamo che quando non se ne può più, è possibile cambiare un regime. E in maniera pacifica! Allo stesso tempo, comprendiamo che in Russia sono ben lontane le condizioni perché ciò avvenga.

Prima di tutto, è chiaro che il popolo bielorusso non ne poteva proprio più. Lukašenko ha eliminato tutti gli avversari politici, a qualcuno non ha permesso di candidarsi, qualcun altro è finito addirittura in carcere. Ma è rimasta Svetlana Tichanovskaja: non un politico, non un leader, ma una casalinga apparentemente normale. E Svetlana si è rivelata una persona meritevole, la gente ha deciso di votare per lei non foss’altro che per rovesciare il disgustoso “scarafaggio”» – così l’opposizione ha soprannominato Lukašenko, da una fiaba in cui compare uno «scarafaggio baffuto» che spaventa gli animali e ne diventa re.

«In Russia il popolo non ha ancora raggiunto quel punto di ebollizione, e non ci sono candidati, nemmeno fortuiti.

Le persone non hanno armi, e in generale i bielorussi sono persone incredibilmente pazienti. Il loro ministro dell’Interno ha detto che ci sono stati 11 attacchi contro la polizia, dimenticando di aggiungere le migliaia di persone catturate e picchiate.

Abbiamo visto manifestazioni anche in Russia, più di una volta, ma finora non ci sono stati scioperi politici. E dopo la gente comune, inizia a scioperare la classe operaia e non si torna più indietro! Viviamo nel XXI secolo, anche se Lukašenko, come il nostro Putin, finge che fuori è ancora l’epoca di Brežnev. C’è internet, c’è Telegram, che è diventato un fattore potente: l’unità del popolo, la gente umiliata e la repressione, è tutto ben visibile ora.
Così quel giovanotto delle forze speciali che getta l’uniforme nel cassonetto, o il poliziotto che scrive una dichiarazione e riconsegna distintivo e spalline, e dopo di loro tanti altri. Se ne sono andati perché hanno fatto un giuramento al popolo! Anche in chi, per anni, ha lavorato per la propaganda, si è ridestata la coscienza e ha iniziato a prendere posizione.

Quando i nostri poliziotti e i nostri propagandisti si ricorderanno che non sono servi, ma cittadini, qualcosa inizierà a cambiare anche nel nostro paese.

Ma l’impressione più forte l’ho avuta dagli studenti che depositavano i loro diplomi agli ingressi delle scuole. Dove, come da noi, c’erano state commissioni elettorali che, come da noi, avevano redatto protocolli fasulli e rubato i voti.
Cresceranno ragazzi normali, degni del loro meraviglioso paese. E potremmo andar fieri di essergli amici, se noi per primi ci meritassimo la loro amicizia».

Foto Ansa