L’eco di un’altra traversata

Diciannove agosto sera, al largo di Livorno. La linea della costa con le sue luci nell’oscurità sembra un confine. Fino a lì la terra degli uomini; oltre, soltanto il mare. La nave traghetto si avvicina lenta, lasciandosi dietro una scia di schiuma chiara. Le luci di Livorno tremanti nel buio disegnano una città assisa nell’afa di agosto: come una vecchia di paesi mediterranei seduta, la sera, davanti alla porta di casa. In alto le stelle del Grande Carro – così indifferenti, straniere. Quaggiù la lanterna del faro che sciabola di raggi obliqui, a ritmo regolare, il nero del mare. Quella luce all’imbocco del porto sembra una scolta di vedetta su un orizzonte infinito. La nave ne riconosce il segnale: e avanza adagio, ma certa, verso il suo molo.

I fari del porto disegnano sull’acqua riflessi rossastri. Passa una motovedetta della guardia costiera e si lascia dietro una scia che subito si dissolve. L’acqua calma è uno specchio che non trattiene le ombre che passano. Un istante, e tutto torna liscio e uguale. (Tu che ti affacci dall’alto del ponte pensi che quello scomparire di ogni traccia ti ricorda qualcosa; come una mano che sfiori una antica ferita).

Sulle banchine dello scalo merci, a quest’ora, nessuno. Solo le sagome dei magazzini, squadrate sul cemento; e i bracci delle gru alti, immobili, strani uccelli chiusi in un loro sonno d’acciaio. Tra i depositi per un istante ti pare di intravvedere l’ombra di un uomo. Un guardiano, o un poveraccio in cerca di un rifugio per la notte? La lanterna del faro, imperturbabile, continua a girare.

Laggiù, però, ci aspettano. Un gruppo di manovali attende che la pachidermica nave faccia la sua manovra e accosti la poppa, adagio, alla banchina. Allora dall’alto lanceranno cime grosse quanto il braccio di un uomo, e a terra le fisseranno agli ormeggi, tese, quasi lacci che immobilizzano una preda. Cos’è questa strana commozione, quando dopo ore di viaggio si attracca e si torna, dal mare, a terra, fra gli uomini? Quando i radar sul castello di prua smettono di girare; di cercare la rotta, la invisibile strada sul mare.

In questo porto che ha la luce e i silenzi delle piazze di De Chirico tutto sembra in attesa. Di cosa poi? Un orologio sulla torre è chiaro e pallido come una faccia di luna. Segna le dieci e dieci con le lancette spalancate come braccia aperte. E allora noi passeggeri ci si affretta e ci si spinge sulle scale, le valige per mano, i bambini addormentati in braccio. Il confine è varcato, la terraferma è solida sotto ai nostri piedi. L’attimo incerto delle luci tremanti del porto, della lanterna del faro, è passato. Cosa è stata quell’ombra che per un attimo ti sei sentita addosso? L’eco di un’altra traversata, di un altro approdo. Nulla. Fantasmi. Niente di misurabile dai radar che girano, ma non registrano le oscillazioni del cuore.

36/2012

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