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Le opere di Mozart e Verdi. Non parlano di cibo, ma fanno venire una fame boia

aprile 4, 2013 Tommaso Farina

Il cibo, il vino e la buona musica vanno d’accordo. Si tratta pur sempre di sublimazioni supreme di piacere, di convergenze incredibili di amorosi sensi. Ma quanto si mangia e si beve, su un palcoscenico operistico? Una volta, si libava pure tra i palchi degli spettatori, come testimoniano le cosiddette “arie da sorbetto”, momenti canori in cui il pubblico amava delibare un fresco gelato, una delle cose più italiane che ci siano. Oggi a teatro c’è (non sempre) più disciplina, ma solo qualche regista operistico intellettualoide potrebbe concepire, nella smania di “rileggere” testi che si leggono benissimo anche senza il suo supercilioso aiuto, l’eliminazione delle prescrizioni sceniche relative a cene e banchetti. 
Certo, non ci aspettiamo imbandigioni pantagrueliche da vedere. Allora, accontentiamoci di ascoltarle. La cena del Don Giovanni mozartiano, l’ultima che quel seducente gaglioffo consumò prima di andare al Creatore (anzi, all’Inferno), ve la ricordate? Il povero Leporello, umanissimo servitore, si fece pizzicare clamorosamente dal suo padrone mentr’era intento a ingozzarsi di straforo col fagiano proveniente dalla cucina. Il fagiano: più che un piatto, un simbolo. Il Da Ponte, autore dei versi efficacissimi, ben sapeva che questo volatile era la pietanza prediletta da nobili, ambasciatori, ecclesiali, aristocratici di alto lignaggio nelle occasioni maggiori. Tuttora, ci sono pervenute ricette, come il “fagiano alla Santa Alleanza”, che fanno balzare alla mente momenti storici d’importanza capitale. E così per il godereccio don Giovanni. Il quale, per soprammercato, si fa pure servire il vino. «Eccellente Marzimino!», per l’esattezza. Il Marzemino (o, appunto, Marzimino) è quel vino trentino che sa di selvatico, di frutta rossa sottile e boschiva: perfetto, quantomeno per il carattere, con un desco di selvaggina di penna.

CIOCCOLATA E JAMON IBERICO. Lo stesso don Giovanni, tempo prima, tentando di circuire la neosposa Zerlina, creò un diversivo per gli affamati contadini: li fece condurre al suo palazzo, con la consegna di servirgli «cioccolata, caffè, vini, prosciutti». Trattandosi di un racconto che va in scena in un’immaginaria Spagna, ci piace supporre che don Giovanni, ricco gaudente, avesse a disposizione qualche stupenda coscia di
jamòn iberico, quello volgarmente chiamato pata negra, quello di maiali neri, di cui all’epoca non sussistevano allevamenti intensivi. Per conquistare le donne, don Giovanni diventa generoso perfino coi villani, e offre loro non solo prosciutto ma anche cioccolata, ossia la bevanda che proprio nel Settecento stava diventando moda corrente nei salotti italiani più altolocati. Del resto, persino nel Così fan tutte abbiamo una Despina che serve il “cioccolatte” alle sue padrone e, per non rimaner da meno, lo assaggia di nascosto: «Com’è buono!».

UNA CENA LUCULLIANA. Eppure il pranzo, la mangiata galattica, nelle opere non andava in scena solo con la “gente di un certo livello”. Il secondo atto della verdiana
Forza del Destino principia infatti con una cena, che si sospetta luculliana, in una taverna popolarissima, anch’essa spagnola, una di quelle coi muri di calce. Con un particolare: nessuno fa riferimento alla natura esatta del cibo. C’è solo un’ostessa che reca una zuppiera, ottenendo energici apprezzamenti: «Par che dica: mangiami!». E il marchesino Carlo di Calatrava, sotto le mentite spoglie di uno studente alla ricerca della sorella e del suo seduttore, non sa astenersi dalla lingua di Orazio («Tu das epulis accumbere divum»), subito rintuzzato dall’alcalde del paese: «Non sa il latino, ma cucina bene!». Ebbene: i versi di Piave, uniti alla spumeggiante musica del Cigno di Busseto, compiono il miracolo. Senza mai parlare direttamente del cibo, fanno venire allo spettatore una fame boia.

tommasofarina.com

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