Le Nozze di Cana e quel vino che lascia addosso un singolare incanto

Milano, 20 gennaio. «Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea». In una domenica di pioggia e neve, il cielo basso, l’orizzonte annullato, nel rito ambrosiano torna il miracolo di Cana. In chiesa siamo tutti intabarrati, le sciarpe al collo, gli ombrelli gocciolanti. Già alle quattro, con questo tempo sarà buio.

«Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli». Nei miei pensieri impigriti – quella cappa, fuori, sembra dire che tutto è fermo, e finito – parte non so come un film vivo di colori e profumi. È una mattina radiosa in un paese mediterraneo, in maggio, uno di quei giorni in cui la terra sembra gravida di ogni promessa e dono. In un cortile, sotto a un grande pergolato di glicine, una lunghissima tavolata. Sulla tovaglia candida un via vai di servi deposita abbondanti piatti di portata. Gli invitati banchettano, e ridono, e le voci si vanno alzando di tono. Tintinnio di bicchieri, gorgoglìo di vino dalle caraffe. Le donne, da una parte, belle nel giorno di festa, gli occhi scuri ammiccanti, badano a uno sciame di bambini troppo eccitati per restare seduti: che si rincorrono, agguantano un boccone dalla tavola e di nuovo scappano, sfuggendo alle mani delle madri. Sotto alla tavola due piccoli cani si dividono le ossa del pollame, avidamente. Ma, i bicchieri ora sono vuoti.

Maria al figlio: «Non hanno più vino». «Che ho da fare con te, donna? Non è ancora giunta la mia ora». È brusca la risposta di Gesù, come sottintendendo, fra i due, qualcosa che la madre già sa bene, fin da quando lui era bambino, e che qui, davanti agli altri, non si può rivelare. Già lei sa, già nel segreto dell’intimità domestica ha intravisto l’onnipotenza di quel figlio che non le è nato da un uomo. E dunque, cosa gli ci vorrebbe per dare nuovo vino agli sposi, perché la letizia del banchetto si dipani, come si usa, fino a sera? Maria non si rassegna, Maria è certa. Dice ai servi infatti: «Fate quello che vi dirà». Ordina lui, soltanto: «Riempite d’acqua le giare». E i servi vanno a colmarle, chiedendosi l’un l’altro meravigliati: a che servirà tutta quest’acqua?

Cristo non ha bisogno di pronunciare una sola parola. Nessuno vede il fremito dell’acqua, l’incresparsi appena della materia, docile al suo signore. È già vino, spumeggiante, sanguigno: e già generoso riempie i calici, e inebria gli ospiti. Loro, non sanno: solo i servi nelle cucine van raccontando, sbalorditi; solo Maria sa, e guarda il figlio, e lui la guarda, in un complice segreto, che gli altri non colgono.

Gli ospiti danzano poi fino al tramonto. (Quel vino, lascia addosso un singolare incanto). Cana, il primo miracolo, è perché gli uomini siano lieti – mentre nel cortile i gelsomini, calando il sole, riempiono l’aria di un profumo struggente. Poi, il film finisce. Fuori di chiesa, nel grigiore di gennaio, mi resta addosso l’eco di una lontana, radiosa mattina di maggio.

04/2013

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