Il labirinto dell’ospedale (troverò la strada per uscire?)

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Pubblichiamo la rubrica di Marina Corradi contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Milano, aprile. Un immenso padiglione di ospedale, nuovo di zecca, corridoi ampi e pulitissimi, grandi finestre, non un’anima in giro. Sto cercando la stanza di un amico malato. Cartelli contraddittori mi mandano nella direzione sbagliata, prendo a girare come in un labirinto, fra vetri e acciai. A ogni incrocio dei corridoi prendo, evidentemente, la strada sbagliata: ho l’impressione di girare in tondo. Passo accanto a fila di stanze uguali, mai quella che cerco. Intravedo, dentro, pazienti immobili, la flebo in vena, soli, o con un parente accanto, altrettanto immobile e muto. Vorrei chiedere indicazioni, ma non trovo un solo infermiere. Domando allora a un visitatore, ma quello allarga le braccia, come a dire: non ne so niente.

Da fuori viene la luce di un bellissimo pomeriggio di aprile, ma qui dentro, sarà il riflesso dei muri pallidi, assume un riflesso livido. Nel mio labirintico peregrinare incrocio il braccio operatorio, lungo e oscuro come un accesso a un altro mondo. Mi viene il dubbio che, forse, io voglio perdermi, per non trovare la stanza del mio amico. Infine eccola: lui tranquillo, sereno, e forse meno pallido di me.

Ma nemmeno questo ormai riesce a distogliermi dal mio labirinto: e ansiosa mi immagino che non troverò la strada per uscire, e che vagherò ancora a lungo per i corridoi vuoti.

Quando infine torno fuori trovo l’aria lucente di un tramonto di primavera, i raggi bassi e dorati di un sole che non vuole morire. Mi accorgo allora che l’ospedale silente mi ha sgomentato perché somiglia all’idea che io ho della vita, quando come ora, mi rendo conto, mi coglie la mia malattia: la vita come un girare attorno vano e impotente, in un mondo straniero. Ed è talmente forte, in questo giorno di aprile, la pressione interiore che avverto, che le do il mio assenso razionale, e mi dico: è tutto vero. Nello stesso momento mi rendo conto che questo stato d’animo si chiama disperazione. E so che da qualche parte su un quaderno ho scritto: «Non credere mai, a quello che credi di vedere in certe ore».

Guido come un automa verso casa, l’unica cosa che posso fare è rifugiarmi lì. Mi viene in mente una frase dal diario del Curato d’Ars: «La mia tentazione, è la disperazione». Lui, contro a quel pensiero, passava le ore in ginocchio, da prima che facesse giorno: i bovari del villaggio andavano a mungere all’alba, e si stupivano della luce già accesa in canonica. Forse davvero in certi giorni bisognerebbe pregare, consumare le ginocchia. Ma nessun medico te lo dice, oggi.

La cappa vitrea di questa solitudine assoluta infine il giorno dopo si scioglie. Lasciandomi pensosa su cosa fosse davvero, e che cosa mi domandasse.

Foto ospedale da Shutterstock

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