La vera verità sui costi delle unioni civili

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I tifosi del dibattutissimo ddl Cirinnà sulle unioni civili insistono a dire che è inutile rallentarne l’iter parlamentare solo per attendere l’ok della commissione Bilancio sulla relazione del ministero dell’Economia (Mef) in merito ai costi stimati del provvedimento per le casse dello Stato. Non si ferma la marcia trionfale dell’amore e dei diritti per «un documento», è tutta una scusa per cincischiare, non cambiare nulla e così non costringere la componente centrista del governo Renzi a prendere posizioni pericolose per il governo stesso.

LE ANTICIPAZIONI. Oggi, per esempio, Repubblica spiega in un apposito articolo che «i costi delle unioni civili saranno tutt’altro che devastanti, nell’ordine di milioni (3,7 nel 2016) e non certo di miliardi». E citando le anticipazioni sui contenuti dell’«attesa relazione del ministero dell’Economia» – relazione che è stata consegnata solo ieri sera al Senato, ma che nel frattempo era stata anticipata nei 140 caratteri di un tweet dallo stesso Mef – sostiene che in realtà quest’ultima non è la bomba auspicata dagli oppositori della legge, ma anzi «dà una sponda a chi, a partire dal premier Matteo Renzi, preme per l’approvazione delle unioni civili entro l’anno».

CONTI A RISCHIO? Ora. Spiace dover insistere sempre sugli stessi argomenti. Noi umilmente abbiamo già fatto notare che, a prescindere da come la si pensi sulle unioni civili, prima di dare inizio alla battaglia politica in Parlamento è assolutamente opportuno accertarsi di quale potrebbe essere l’impatto economico reale di un ddl che prevede, tra le altre cose, anche misure “onerose” come la reversibilità della pensione. È sbagliato che le varie commissioni si prendano il tempo necessario per valutare una relazione fatta su molti numeri stimati e su pochissimi numeri certi? Non lo dice Tempi, bensì un «liberale libertario» come Oscar Giannino, che introdurre le unioni civili senza fare due conti come si deve significherebbe assumersi un grosso rischio. Secondo l’ex ministro del Welfare Maurizio Sacconi, di Ncd, «tra pensioni ai superstiti, assegni familiari e detrazioni» si può prevedere circa «1,5 miliardi di euro» di spesa aggiuntiva. E dire che solo fino a poche settimane fa Monica Cirinnà prometteva che il suo pseudo matrimonio non ci sarebbe costato un euro.

QUANTE COPPIE? Fatto sta che il ministero dell’Economia stima in appena 22,5 milioni di euro il peso “a regime” (cioè nel 2025) delle unioni civili sulle tasche dei contribuenti. Una cifra che non è uguale a zero e però di certo neanche minaccia di devastare il bilancio dell’Italia. Ma è una valutazione credibile? Così così. Pare che sia tarata su un totale di «30 mila» coppie, ma dietro questa cifra non c’è alcuna certezza, è un’ipotesi costruita intorno alla “proiezione italiana” dei dati registrati in Germania, perché nessuno sa quante siano oggi nel nostro paese né quante saranno nel fatidico 2025 le potenziali coppie che vorranno (eventualmente) sancire una unione civile à la Cirinnà. (A proposito: le varie associazioni arcobaleno non hanno sempre giurato che già adesso in Italia ci sono «100 mila» figli di genitori gay? Tre virgola tre per ogni coppia?).

GIOVANI E PENSIONATI. Inoltre, fa notare Angelo Picariello su Avvenire, «una pensione di reversibilità media costa oggi all’Inps intorno ai 7-8 mila euro l’anno, e i 6 milioni di spesa stimati nel 2025 (sui 22,7 milioni complessivi) coprirebbero sì e no un migliaio di fruitori. Evidentemente il dato è parametrato sull’ipotesi di un’età media giovane dei fruitori, ma sul lungo periodo potrebbe rivelarsi sottostimato». Oppure le coppie non saranno affatto 30 mila come ipotizzato ma molte meno? Sono domande inutili queste?

IL VERO PARADOSSO. Forse sì, staremo a vedere. Resta comunque un vero paradosso in tutta questa faccenda, che abbiamo già sottolineato e che bisognerebbe avere il coraggio di affrontare. Il paradosso è: se le unioni civili costeranno tanto, allora abbiamo un bel problema; se invece è vero che le unioni civili costeranno poco, sono i sostenitori del ddl Cirinnà ad avere un problema anche più grave. Sintetizza efficacemente Picariello: «Delle due l’una: o ha ragione Sacconi e i costi potrebbero rivelarsi insostenibili, o ha ragione il Mef, ma in tal caso i beneficiari potrebbero rivelarsi in numero piuttosto trascurabile per potersi parlare di priorità». E allora che è tutta ‘sta fretta?

Foto Ansa


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