La tentazione scientista sfiora anche il centrodestra

berlusconi salvini meloni

A parte Vittorio Sgarbi e – pare – Giorgia Meloni la maggioranza dei simpatizzanti e dei potenziali elettori di centrodestra sembra compiacersi dei nomi più accreditati per le candidature alle elezioni comunali di Roma e di Milano che sono usciti dai più recenti vertici della coalizione. Il due volte capo della Protezione civile Guido Bertolaso nella capitale e il chirurgo oncologo Paolo Veronesi, figlio del più famoso Umberto, nel capoluogo lombardo appaiono due scelte potenzialmente vincenti o comunque in grado di competere coi sindaci uscenti con chances di successo. Una volta tanto – pensano molti – il centrodestra non si affida agli equilibrismi di coalizione e non si sottomette ai ricatti di qualche ras locale, ma sceglie in sintonia con lo spirito del tempo, coglie il clima psicologico che la società italiana sta vivendo e dà una risposta pertinente.

Bertolaso e Veronesi potrebbero certamente essere buoni sindaci – non ci sono vere pietre di paragone per affermarlo, ma nemmeno per escluderlo – ma pochi notano che con scelte di questo genere il centrodestra segnalerebbe la sua subalternità alla tecnocrazia e allo scientismo, basi della politica moderna e ora contemporanea. Una coalizione politica che dovrebbe essere la casa dei valori politici conservatori e tradizionali, delle virtù civiche e delle eredità storiche come fonti dell’azione politica, sposa l’idea pilastro della sinistra ottocentesca che si è incarnata e sviluppata in vari modi nel XX e nel XXI secolo: l’idea che la politica deve avere basi scientifiche e che il politico deve essere uno scienziato.

Scientifico pretendeva di essere il socialismo di Marx ed Engels, che asseriva di aver individuato le leggi della storia e della vita sociale nello stesso modo in cui i biologi individuavano quelle dei processi vitali, e scienza della società doveva essere la politica secondo Auguste Comte, il padre del positivismo e della sociologia, secondo il quale il pensiero scientifico va esteso alla politica e alla morale. In Italia queste due linee genealogiche si sono simbolicamente incontrate a Trento nel 1968, quando la Facoltà di Sociologia della locale università è diventata (contro la volontà dei suoi professori) una fucina di marxismo rivoluzionario.

L’ambizione degli scienziati sociali di essere al cuore della politica si è dovuta arrendere all’evidenza dei fatti: per la gente i veri scienziati non sono loro, ma i fisici, i biologi, i chimici, i matematici, gli astronomi, ecc., ai quali vengono automaticamente associati i tecnici che traducono in prodotti utili le scoperte della scienza e le leggi della fisica: medici, farmacologi, ingegneri, esperti della logistica, manager. Negli ultimi decenni sono diventati una ricorrenza della politica italiana i “governi tecnici”, chiamati a risolvere grazie alle competenze professionali dei loro componenti e alla loro obiettività i problemi creati dai governi politici, troppo condizionati dalla soggettività delle decisioni. Precorritore di questo fenomeno è stato il Fronte dell’uomo qualunque di Guglielmo Giannini, che nel 1946 raccolse più di un milione di voti alle elezioni per l’Assemblea costituente, e il cui leader soleva affermare: «L’Italia non ha bisogno di politici, ma di ragionieri».

Tre anni dopo il partito era già sparito, ma lo scenario politico italiano dal 1994 ad oggi rappresenta per molti aspetti una rivincita dei “qualunquisti”. L’America naturalmente ci era arrivata per prima, è lì che è nato il taylorismo, e anche se l’ingegnere Frederick Taylor ha scritto nel 1911 L’organizzazione scientifica del lavoro solo perché fosse applicata alla produzione industriale, è dalla sua impostazione che è diventata popolare l’idea che gli affari dei cittadini devono essere guidati e amministrati dagli esperti. La tecnocrazia è figlia del taylorismo.

La possibile scelta di due medici, – uno grande esperto di organizzazione, l’altro presidente di una Fondazione che si occupa anche di pace nel mondo – come candidati sindaci nelle due più importanti città italiane da parte del centrodestra viene incontro alle aspettative e ai timori dei cittadini che da nove mesi lottano col nemico invisibile che porta il nome di Covid e con le disfunzioni di cui si ritiene – a torto o a ragione, e spesso tutte e due le cose – sia stata responsabile la politica sia a livello nazionale che a livello territoriale. Che cosa vogliamo tutti, e che cosa chiediamo alla politica? Che trovi il modo di evitare che la gente si ammali, di guarire chi viene colpito dal virus, di organizzare la vita sociale in modo da conciliare salute ed economia, misure protettive e possibilità di muoversi e di lavorare. Queste cose evidentemente non le può garantire nessun sindaco – nemmeno il governo nazionale le può garantire, anche se deve farsi carico dei percorsi che mirano a tali esiti. Eppure la candidature di medici e supertecnici generano un certo sollievo psicologico, restituiscono un po’ di fiducia, infondono un senso di speranza. Perché? Per almeno due motivi.

Il primo è che tutti da due secoli a questa parte hanno potuto apprezzare i vantaggi dei progressi della medicina e della tecnologia: la vita media delle persone è sensibilmente aumentata, gli anni di buona salute sono cresciuti, il tenore di vita si è innalzato, le comodità quotidiane sono diventate innumerevoli grazie alla medicina e alla tecnologia. Dunque l’esperienza fa ben sperare. Il secondo motivo è che nel mondo senza trascendenza, dove scopo del consumo è il consumo e fine della vita è la vita (cioè non vi è più alcun senso, vige il nichilismo), le persone riversano sulla scienza e sulla tecnica le attese che trovavano risposta nella religione e nelle tradizioni morali. Lo ha detto bene Neil Postman nel suo libro Technopoly: «Lo scientismo (…) è la disperata speranza, il desiderio e infine la convinzione illusoria che un insieme standardizzato di metodi chiamato “scienza” possa costituire una fonte ineccepibile di autorità morale, un principio sovrumano che risponda a domande come: “Cos’è la vita, e quando, e perché? Perché la morte e il dolore? Cos’è bene e cos’è male fare? Come dovremmo pensare, sentire e comportarci?” (…) Chiedere alla scienza, aspettarsi dalla scienza, accettare supinamente dalla scienza le risposte a queste domande: ecco cos’è lo scientismo, la grande illusione del tecnopolio».

Gli scienziati stessi (e i tecnocrati) hanno interiorizzato questo magistero morale che prima i positivisti e i marxisti, poi la plebe entusiasta delle conquiste della tecnologia e della medicina stessa hanno loro conferito. Fra i mille esempi che si potrebbero fare vale la pena riferirsi proprio a uno dei due potenziali candidati sindaci: Paolo Veronesi attraverso la Fondazione Umberto Veronesi ha dato vita al movimento internazionale Science for Peace che dal 2009, come scrive la responsabile dei progetti internazionali della Fondazione Umberto Veronesi, «ha riunito annualmente nella sua Conferenza mondiale personalità di grande calibro del mondo della scienza e della cultura per parlare di temi di grande attualità e fra loro molto diversi: dialogo interreligioso, traffico di esseri umani, investimenti militari, migrazioni, disuguaglianze globali, post-verità». Tutti temi indubbiamente appassionanti, ma non si capisce bene perché medici e scienziati vari dovrebbero avere più titolo a parlare degli stessi che non un’associazione di coltivatori diretti, o un club di ex studenti di un liceo, o un cenacolo di poeti.

Forse perché su tutti gli argomenti di interesse collettivo possono fornire “informazioni obiettive”? Ma questo ha poco a che fare con la sperata efficacia del loro magistero. Fisici, medici, biologi hanno spiegato con molti dettagli gli effetti delle armi di distruzione di massa sulla biosfera, le conseguenze dannose per la salute dell’assunzione indiscriminata di sostanze psicotrope, dell’inquinamento ambientale, delle infezioni trasmesse per via sessuale. Eppure gli stati continuano la loro corsa alle armi nucleari, il numero dei tossicodipendenti tende ad aumentare, l’ambiente non cessa di essere degradato e le persone continuano a contrarre malattie veneree. Forse serve un altro tipo di magistero. Perché, come scrive sempre Postman, ci siamo lasciati sedurre dalla «speranza ottocentesca che le premesse e i metodi della scienza naturale si possano applicare tali e quali al mondo sociale, con lo stesso fine, quello di aumentare controllo e prevedibilità, e con lo stesso tipo di successo tecnico. Questa speranza si è rivelata insieme fuorviante e illusoria».

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