La strage dei minatori e il fallimento della democrazia sudafricana

Cosa c’entra l’Apartheid con la carneficina nella miniera della Lonmin? Niente. Telefonate, mail, messaggi contengono invece richieste di spiegazione e parallelismi con le repressioni degli “old times”, come definiscono qui il periodo antecedente alle libere elezioni democratiche del 1994.

Per quel poco che si può spiegare adesso – a poche ore da quei 3 minuti di fuoco che ha lasciato a terra una quarantina di morti e un’ottantina di feriti – il bagno di sangue più tragico del Sudafrica post apartheid lo spiega un’intelligente editoriale del Business Day che parla di “Un fallimento della nostra società su vari livelli”. A metà riflessione si legge chiaramente de “l’incapacità della maggioranza dell’establishment nero (di cui i sindacati NUM e Cosatu fanno parte) di affrontare la maggioranza nera povera, marginalizzata e disperata”.

Altro che il “fantasma del regime dell’apartheid” come titola La Stampa, o “la polizia spara ed è strage come ai tempi dell’apartheid” come riporta Il Sole 24 ore.

Il paragone non chiarisce i fatti e soprattutto è proprio sbagliato. Controproducente. Si avvita su una speculazione politica gratuita e fuori luogo.

Una commissione d’inchiesta governativa chiarirà le cause di questa ennesima carneficina ad opera della polizia sudafricana: il Presidente Jacob Zuma lo ha detto alla fine di una visita lampo a Marikana. Ha anche rassicurato mercati e investitori circa le condizioni di sicurezza del Paese e fatto le condoglianze ai parenti dei lavoratori rimasti a terra là, sotto il sole come non gli succedeva mai, a loro che erano, che sono minatori: notti e giorni passati nelle profondità buie e pericolose, per una paga equivalente a 400 euro al mese.

Da una settimana protestavano per uno stipendio tre volte tanto ma anche per scongiurare il ridimensionamento annunciato dalla multinazionale inglese del platino. I grossi gruppi – compresa Anglo American – hanno già fatto sapere che per effetto della crisi economica e del ribasso nelle valutazioni delle commodities sono previsti piani di “ristrutturazione” anche delle attività estrattifere. Cioè posti di lavoro che saltano. Da mesi i minatori manifestano contro uno sfruttamento che ora rischiano di rimpiangere. Nel paese ci sono stati altri morti all’inizio dell’anno e poche settimane fa, ma la strage di venerdì ha segnato per il Sudafrica democratico indelebilmente. La paura è che le proteste dilaghino ulteriormente e infatti è stato lanciato un appello anche ai leader carismatici religiosi perché convincano i lavoratori a interrompere la lotta e a lasciare spazio a tavoli di concertazione.

Intanto però a fare scandalo è anche che in Sudafrica non sia arrivato nessuno dei massimi dirigenti della Lonmin: il CEO è ricoverato in ospedale, il Chairman da qualche parte in Inghilterra, nessun rappresentante è arrivato almeno a fare presenza pera provare a calmare le acque e ad aprire un dialogo con le migliaia di lavoratori. Poveri, disperati, marginalizzati. E in balia di un braccio di ferro tra i due sindacati dei minatori alla ricerca di consensi – l’emergente AMCU e lo storico NUM – che ora si scaricano a vicenda di aver irreparabilmente soffiato sul fuoco del malcontento. La Lonmin per ora si è limitata a far sapere che pagherà i costi per l’educazione dei bambini i cui genitori sono morti negli scontri. I sindacati invece chiedono che si faccia luce sulla condotta della polizia accusata perlomeno di aver ceduto al panico: in uno dei video si vedono alcuni agenti urlare a colleghi alle loro spalle di indietreggiare e non sparare: ma a terra già si contano morti e feriti.

Ieri un gruppo di donne ha intonato antichi canti Zulu: alcuni minatori hanno annunciato che lotteranno fino alla morte.

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